Ojisan!
Personaggi:
Altro Personaggio, Kogoro Mori, Ran Mori, Shinichi Kudo/Conan
Edogawa
Generi: Commedia
Rating: G
Avvertimenti: One-shot, What if? (E se ...)
Presentazione: Un nuovo crimine. Il solito Kogoro
a sparare risoluzioni insensate. Il solito Conan a rimettere insieme
gli indizi.
Ordinaria amministrazione.
O forse no?
{
} | {
}
Disclaimer: La storia,
i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo
al manga o all’anime di Detective Conan non mi appartengono.
Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò
che non è relativo al manga o all’anime di Detective
Conan sono di mia creazione.
Ojisan!
- Capitolo unico -
« Ojisan,
guarda qui, non ti sembra strano? ».
Una voce fanciullesca riecheggiò appena nell’aria,
troppo bassa per essere sentita dalle squadre della scientifica
e dalla polizia che, in piedi poco lontano, stavano confabulando
sul caso, cercando di arrivare al bandolo di quella matassa ingarbugliata
fatta di indizi e prove.
L’Ojisan non rispose, ma contrasse un muscolo
all’altezza della tempia.
« E poi » aggiunse il bambino, indicando
un punto preciso del pavimento di parquet poco distante da un
manubrio ginnico. « Qui c’è quest’avvallamento
che non mi convince… ».
Al muscolo contratto dell’uomo si aggiunse anche
il pulsare di una vena, che si faceva sempre più grossa
man mano che si avvicinava al marmocchio, tutto preso dai suoi
pensieri per preoccuparsi di cosa stava succedendo alle sue spalle.
Ne avvertì solo le dolorose conseguenze.
« AHIII! » strillò, quando un sonoro
pugno calò sulla sua piccola testa, causandogli un bernoccolo
non da poco.
« QUANDO IMPARERAI CHE DEVI STARE LONTANO DALLE
SCENE DI UN CRIMINE, STUPIDO MOCCIOSO!? » ruggì l’altro,
zittendo il brusio nella stanza e attirando l’attenzione
su di sé.
« Ma, ojisan… » si lamentò
il nanerottolo, le mani premute sulla parte lesa e una lacrimuccia
pronta a lasciare i suoi occhioni azzurri.
« E piantala di chiamarmi “ojisan”!
» soggiunse l’uomo con la stessa aria minacciosa e
stizzita, guardandolo male.
« Via, via, Mouri-san » intervenne l’ispettore
Megure avvicinandosi all’improbabile coppia con fare paziente.
« Lo sai che non è un problema… » continuò,
nel tentativo di blandire il vecchio amico, dandogli una pacca
amichevole sulla schiena.
« Dovrebbe stare sui libri di scuola, altroché
qui! ».
Il brillante detective Kogoro Mouri non parve
avere intenzione di darla vinta a quel moccioso che ultimamente
aveva sempre alle calcagna. Il suddetto marmocchio, invece, lo
stava già ignorando, troppo preso dal ricevere una tenera
carezza sulla testolina castana dall’agente Miwako Sato,
molto più comprensiva dei suoi colleghi. Il bimbo tentò
di sorriderle, ma gli riuscì solo una smorfia deforme.
Quando l’ojisan lo picchiava ci andava abbastanza pesante.
« Hai trovato qualcosa di interessante, Conan-kun?
» chiese dolcemente il detective Sato con espressione curiosa.
Il ragazzino riacquistò la sua sicurezza, annuendo
un paio di volte, contento di essere considerato.
Kogoro, al contrario, sbuffò infastidito, rimanendo
però in ascolto.
« Non le sembra strano il modo con cui la vittima
impugna il coltello? » fece notare Conan, indicando l’arma
del delitto conficcata nel petto di Akira Kuro, ventitre anni.
« Inoltre, » aggiunse, scostandosi un po’ dal
cadavere e allungando il ditino verso il parquet « questa
ammaccatura non è sospetta? » finì, alzando
il suo limpido sguardo sorridente verso la donna dalla corta capigliatura,
ben attenta a non perdersi neanche una sillaba delle deduzioni
del bambino.
La bella agente si portò la mano sotto al mento,
meditando su quanto ascoltato. Qualcun altro si avvicinò
per guardare con attenzione quei particolari, valutandoli.
Mouri, al contrario, sbuffò spazientito.
« Le solite illazioni! » sbraitò,
afferrando per il colletto della maglia il bambino e trascinandolo
alla sua altezza. Conan lo guardò con aria lievemente intimorita,
sperando che non lo menasse di nuovo.
« Potrebbe avere ragione… » stimò
soprappensiero Miwako, ma l’addormentato liquidò
quelle poche parole con un gesto seccato della mano.
« E’ suicidio, senza ombra di dubbio »
disse Kogoro, riacquistando un po’ di serietà mentre
rimetteva giù malamente il bambino e cercava di cacciarlo
via con un calcio, che quello schivò svelto, guardando
l’ojisan con espressione crucciata.
« Da cosa lo deduci? » domandò
interessato l’ispettore Megure, guardandolo con le sopracciglia
inarcate. Il detective sfoggiò un sorriso sicuro.
« E’ semplice: quando il signor Kuro è
venuto a sapere che la sua fidanzata stava per lasciarlo, non
ha resistito al dolore. Almeno, all’inizio ci ha provato
» aggiunse, facendo un paio di passi verso il morto. «
Ha cercato di non pensarci allenandosi come faceva di solito »
e nel dirlo, puntò lo sguardo sul manubrio ancora a terra.
Nessuno nella sala osò fiatare, fatta eccezione per il
marmocchio che sbuffò silenzioso, scuotendo appena il capo.
Kogoro continuò:
« Purtroppo, la tristezza era troppa e così
lacerante che ha deciso di farla finita e si è pugnalato
proprio al petto come monito per la signorina Chie, che gli aveva,
appunto, spezzato il cuore ».
Nel terminare il riepilogo dei fatti, lanciò
uno sguardo amareggiato alla donna sopraccitata che, colpita da
quelle parole, si prese il volto tra le mani iniziando a piangere
disperata.
« Non c’è che dire, sembra proprio
che sia andata a finire così » concluse l’ispettore
Megure, riassestandosi il fedele cappello in testa. « Non
ci sono segni di colluttazione e la porta dell’appartamento
era chiusa dall’interno… Bene, il caso è chiuso
». Detto ciò, ordinò ai suoi e a quelli della
scientifica di liberare il campo.
Conan rimase imbambolato e a bocca aperta in mezzo
alla stanza, guardando sconvolto gli ispettori. Possibile che
non se ne accorgessero? Si disse deluso. Si guardò alle
spalle, lo sguardo sottile e attento. Doveva fare qualcosa o l’assassino
l’avrebbe fatta franca…
Si avvicinò guardingo a Kogoro, controllando
che nessuno lo stesse guardando, e agì: con il fedele orologio
dalle molteplici funzioni narcotizzò l’ojisan che,
dopo un paio di volteggi, finì a sedere sul divano del
salotto, la testa reclinata verso il petto.
Quella sequenza di azioni famigliari attirò
lo sguardo di tutti gli agenti, che fissarono con una sorta di
ammirazione e sorpresa il celebre detective.
« Mouri-san! » scattò Megure, avvicinandosi.
Conan si spostò in silenzio dietro al divano, regolando
il modulatore vocale del suo papillon. « Che ti prende!?
Hai appena risolto il caso! ».
« Fosse così semplice, ispettore Megure
» rispose chiara la voce del detective ubriacone, sebbene
nessuno notò le labbra immobili.
« Cosa vuole dire? » domandò scettica
l’agente Sato, guardandolo con la bella fronte corrugata.
« Che l’assassino è stato furbo,
ma soprattutto scaltro ».
Seguì un momento di pausa in cui sembrò che tutti
stessero trattenendo il respiro come fosse un momento solenne.
Quando Kogoro parlò, non pochi rimasero sconvolti.
« Non è forse così, signorina
Chie? ».
« Che cosa!? » strabuzzò il vecchio
Megure, facendo scattare lo sguardo prima sull’amico e poi
su quella che era stata appena indicata come l’artefice
del delitto.
« Ma… ma cosa sta dicendo, detective Mouri!
» strillò quest’ultima con tono offeso, gli
occhi ancora arrossati per il pianto. « Come può
dire che sia stata io!? Non ne avevo il motivo! ».
« Il motivo, signorina Chie, non lo conosco
neanch’io » replicò calmo Conan dal farfallino.
« Resta il fatto che tutte le prove sono a suo carico ».
« Ma davvero? » sbottò la donna,
cambiando improvvisamente espressione e assumendone una gelida.
« E come avrei fatto? La porta era chiusa con il chiavistello!
Abbiamo dovuto forzarla per entrare! ».
« Oh, non ha avuto bisogno di essere presente
per ucciderlo. Le sono bastati pochi materiali e per il resto
ha fatto tutto da solo il signor Kuro, non è forse vero?
».
La signorina Chie assottigliò gli occhi, come anche la
voce.
« Lo dimostri ».
« Essendo stata la sua fidanzata per due anni
sa perfettamente quali fossero gli orari della vittima. Probabilmente
questa mattina, quando il signor Kuro si è recato in palestra
per gli esercizi quotidiani, lei si è introdotta in casa
sua. Fare un duplicato della chiave non deve esserle stato difficile,
dico bene? ». Ma l’accusata non rispose. « Il
piano in sé era semplice: ha preso un filo da pesca piuttosto
lungo e l’ha legato al manico del pugnale. Ad esso ha legato
anche il peso che si trova a terra vicino alla vittima ».
Tutti i presenti nell’appartamento osservarono in sequenza
gli oggetti elencati, ma sulle loro facce si leggevano ancora
diversi dubbi. Il bambino, con un sorrisino sicuro, continuò.
« Mentre ha appoggiato pistola e manubrio sul grande lampadario
qua sopra le nostre teste, l’altro capo del filo l’ha
legato all’estremità delle tende, appositamente tirate.
In questo periodo c’è un bel sole e il signor Kuro
sicuramente avrebbe aperto le finestre ».
« Aspetta… vuoi dire che quando le ha tirate…
» cominciò incredulo l’ispettore Megure.
« Esattamente » confermò l’addormentato.
« Quando il signor Kuro ha aperto le tende con l’apposita
cordicella, il meccanismo congeniato dalla signorina Chie si è
azionato: il filo da pesca si è tirato e ha trascinato
con sé coltello e manubrio ».
« Ma perché il manubrio? E non sarebbe
dovuto essere pugnalato alle spalle in questo modo? » domandò
incerto qualcuno degli agenti dalle retrovie.
« Il peso serviva per imprimere maggior spinta
al pugnale. Il lampadario su cui era appoggiata l’arma del
delitto è di ceramica e quando la vittima ha sentito lo
sfregare del pugnale su di esso si è voltato e per lui
è stata la fine » concluse il bambino, lasciando
che il vuoto di silenzio seguito alla spiegazione si riempisse
di “ooh” consapevoli.
« Molto ingegnoso, detective Mouri » sibilò
la signorina Chie, incrociando le braccia al petto. « Ma
ha dimenticato due cose: dove sarebbe questo fantomatico filo
da pesca? E come mai Akira ha la mano sul coltello, se non fosse
perché si è accoltellato lui stesso? ».
« Per rispondere alla sua prima domanda, inviterei
gli agenti a perquisire la sua borsetta ». A quelle parole,
l’ostentata sicurezza della donna parve sparire. «
Quando abbiamo trovato il corpo, come ben ricorda, lei si è
slanciata verso il signor Kuro, fingendosi, ovviamente, disperata
e macchiandosi di sangue in modo da coprire altre eventuali tracce.
In quel momento, mentre io e Conan eravamo occupati a rintracciare
la polizia e l’ambulanza, lei ha recuperato il filo da pesca,
che poi ha accuratamente nascosto nella sua borsetta ».
« Per la seconda domanda, guardate la posizione
della mano, come prima ci aveva fatto notare Conan ».
Detto questo, il bambino sbucò dal suo nascondiglio
con un sorriso che andava da orecchio a orecchio, avvicinandosi
al cadavere.
« Se uno ha intenzione di pugnalarsi, è
naturale che prenda il coltello con il dorso della mano rivolto
verso il basso, vero, signorina Miwako? » chiese con la
sua voce allegra e squillante, simulando quanto spiegato con un’arma
invisibile.
La donna annuì per poi illuminarsi. La vittima
aveva la posizione della mano invertita, come se…
« Come se stesse cercando di togliersela dal
petto » sentenziò il bambino, voltatosi e col farfallino
di nuovo alle labbra, facendo parlare Kogoro. « Il signor
Kuro era ancora vivo quando è stato brutalmente pugnalato
e per questo ha tentato di fare qualcosa, inutilmente ».
« Ispettore Megure! Abbiamo trovato il filo
da pesca! Ci sono macchie di sangue! » esclamò sconvolto
uno degli assistenti, mostrando la prova trovata.
La signorina Chie, messa alle strette, si coprì
il viso con le mani, piangendo realmente per la prima volta da
quando aveva messo piede nella stanza.
« Deve seguirci in centrale… » disse
l’agente Sato, avvicinandosi.
L’accusata non parve ascoltarla, sbottando improvvisamente
in una risata disgustosa che si spense quasi subito.
« Era solo un doppiogiochista bugiardo! Stava
fingendo di disperarsi per la nostra rottura, quando in realtà
stava già mandando avanti una relazione da quasi un anno
con un’altra donna! E io che credevo tenesse davvero a me!
» gridò istericamente, per poi accasciarsi al suolo
in lacrime.
Conan, dal punto in cui era, poteva vederla benissimo.
Abbassò lo sguardo, un lampo di tristezza mista a confusione
a passargli negli occhi. Perché? Si chiese, cacciando
quel cupo pensiero un attimo dopo scuotendo il capo. Si voltò
e, imponendosi di segregare quei sentimenti, andò a dare
un pizzicotto alla mano del celebre detective addormentato, riportandolo
nel mondo reale.
Aveva voglia di tornare a casa.
« Bel lavoro
Mouri-san! » si complimentò ancora una volta l’agente
Sato, poco fuori l’appartamento dove quel giorno si era
consumata un’altra tragedia da archiviare. Ormai era sera.
Kogoro, in risposta, quasi le sbadigliò in
faccia, stropicciandosi un occhio. Non si ricordava niente degli
ultimi minuti, ma tutti lo stavano adulando per le sue eccellenti
doti. E lui non avrebbe di certo negato.
« Complimenti anche a te, Conan-kun »
aggiunse la detective, chinandosi all’altezza del bimbo
che, in risposta, si portò imbarazzato una mano alla nuca,
ridacchiando.
« Tzé, questa è l’ultima
volta che ti porto con me, nanerottolo! » dichiarò
stizzito l’uomo, ricevendo un altro sguardo risentito dal
piccolo.
« Ancora con queste storie, Mouri-san »
se la rise gioviale l’ispettore Megure, avvicinandosi al
gruppetto dopo aver assicurato l’accusata ai suoi subordinati.
« Quando tornerà Kudo-kun non sarà più
la stessa cosa! » rise, battendo di nuovo un paio di colpi
sulla schiena dell’amico che rivolse indignato lo sguardo
altrove.
« Non parlarmi di quell’altro moccioso!
Appena torna gliele suonerò di santa ragione! ».
A quell’ultima uscita stizzita del grande detective
addormentato, anche l’agente Miwako si unì alle risate.
Solo il giovane Conan parve ridere con un accenno
di preoccupazione e un gocciolone sul capo.
***
« Ojisan,
ho fame! » si lamentò il ragazzino dall’aria
furbetta e intelligente, gironzolando scalzo per l’appartamento
dell’agenzia investigativa Mouri.
« Sei proprio un moccioso! Trattieniti, fra
poco arriverà il fattorino con la cena. E ti ho detto mille
volte di non chiamarmi “ojisan”! » replicò
malamente l’altro, stravaccato in poltrona, i primi due
bottoni della camicia slacciati e una birra in mano; il pollice
dell’altra era intento a fare zapping sui tastini del telecomando.
« Ojisan! Perché mi tratti sempre male?
» continuò il bambino, appoggiando le manine sulla
scrivania dell’ufficio e accostandoci la testa, guardando
l’adulto.
Quello si bloccò di colpo, iniziando a fissarlo.
Conan quasi si pentì di quell’uscita, notando quanto
fosse profonda l’occhiata che gli stava rivolgendo l’addormentato:
le sue piccole iridi nere sembravano come celare una qualche consapevolezza
ancora in dubbio. Fu, però, presto scacciata con un moto
stizzito del capo.
Ci aveva pensato ancora una volta, ma non poteva essere.
Come sarebbe stato possibile?
« Su, vatti a lavare le mani » lo incitò
alla fine Kogoro annoiato, riprendendo quello che stava facendo.
« Spero davvero che i tuoi tornino presto a riprenderti,
non puoi continuare a venirmi appresso su ogni scena del crimine!
E soprattutto, sono stanco di averti intorno! ».
« Ma se sono io a trovare gli indizi giusti!
E poi mi diverto… » sbuffò Conan, portandosi
di nuovo le mani alla nuca.
« Sei solo un porta guai! I bambini non dovrebbero
assistere a certe cose! ».
Il piccolo sorrise divertito, facendogli la linguaccia
ed evitando per un pelo un altro pugno fracassa-testa.
« Sei solo un delinquente, come tuo…!
».
Le ultime parole furono coperte dal tintinnio allegro
del campanello dell’agenzia.
I due all’interno non ebbero neanche il tempo
di realizzare che potesse essere il commesso del ristorante ramen
sotto casa, che la porta si spalancò e una voce allegra
riempì l’ambiente.
« Papà! Siamo tornati! ».
A entrare, con un bellissimo vestitino azzurro lungo
fino alle ginocchia e una giacchetta bianca di jeans, fu Ran,
radiosa più che mai, soprattutto per la nuova tintarella
che le bronzava la pelle.
« Tesoro! » gridò di gioia mista
a sollievo il famoso detective, coprendo l’esclamazione
di Conan e correndo ad abbracciare la sua adorata figlioletta.
« Stai bene? Ti ha fatto qualcosa? » chiese un attimo
dopo, l’espressione contratta.
La ragazza lo guardò con ammonizione, sospirando.
Le convinzioni di suo padre erano più dure del granito.
A rispondere al suo posto, però, fu qualcun altro alle
loro spalle.
« Ojisan, quanto la vuoi fare lunga ancora?
» domandò con tono stanco e mezzo divertito un giovane
uomo abbigliato in un completo blu oltremare, la camicia scura
leggermente sbottonata, le mani in tasca e lo sguardo dalle palpebre
mezze abbassate.
« Papà! ».
L’urlo gioioso spacca timpani fece sorridere
Ran, mentre il piccolo Conan si precipitava come un razzo in braccio
al nuovo venuto, che lo prese al volo.
« Quanto entusiasmo » rise quello. «
La mamma non la si saluta? » fece poi, alzando un sopracciglio
che celava solo consapevolezza.
Ran,
lì accanto, sospirò scuotendo il capo, avendo capito
benissimo anche lei il perché di tutto quell’agitarsi.
C’era solo una cosa che faceva scoppiare di gioia suo figlio:
un caso appena risolto. Tale e quale all’ex detective liceale.
Lanciò uno sguardo ammonitore al padre, per
poi tornare a rivolgersi a quelle due gocce d’acqua di genitore
e figlio.
« Ci racconterai tutto a tavola, Conan »
stabilì, ricevendo uno sguardo di supplica da entrambi
gli scapestrati che avevano già preso a discorrere a mezza
voce di papillon e orologi.
« Ojisan, convincila tu! » pregò
il bimbo, sporgendosi verso l’interessato.
Peccato che quelle parole sortirono l’effetto
contrario. Quand’era troppo era troppo e Kogoro ruggì
tutta la sua ira come fosse stato un oni furibondo.
« NON MI DEVI CHIAMARE “OJISAN”,
MA “OJIISAN”, STUPIDO MARMOCCHIO! SONO TUO NONNO,
NON TUO ZIO! ».
Conan e Shinichi, ritrattisi perché avevano
creduto di diventare cibo per quella furia vivente, presero a
ridergli in faccia, facendolo accendere ancora di più.
Anche Ran rise, sebbene con più contegno e
in modo che nessuno potesse sentirla.
Il suo bambino era una peste coi fiocchi e i contro
fiocchi (da chi aveva preso era ovvio a tutti), e conosceva bene
come far irritare il suo nonnino. Tuttavia lei sapeva che, alla
fine, suo padre avrebbe preferito farsi chiamare “zietto”,
in memoria dei vecchi tempi.
Le cose, in fondo, non erano cambiate più di
tanto.
Conan era sempre rimasto con loro.
The
End