At the beginning
Personaggi:
Shinichi Kudo, Ran Mouri, Yukiko Kudo, Altro personaggio
Generi: Commedia, Introspettivo
Rating: G
Avvertimenti: One-shot
Presentazione: Ora sapeva cosa provava suo padre
quando si trovava davanti ad un intricato delitto. Era sicuro
di sentire quello che anche lui sentiva. Non era più un
gioco, il suo ruolo non era più quello di uno osservatore.
Era diventato colui che reggeva la matassa ingarbugliata. Colui
che avrebbe trovato il bandolo.
Nota per la lettura:
i discorsi corsivi tra « e » sono in americano. Ho
preferito così invece di scrivere interminabili frasi che,
sinceramente, non sarei stata in grado di comporre XD
La storia inizia subito dopo
che Shinichi e Ran sono scampati al serial killer giapponese durante
il loro soggiorno a New York.
Buona
lettura!
{
} | {
}
Disclaimer: La storia,
i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo
al manga o all’anime di Detective Conan non mi appartengono.
Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò
che non è relativo al manga o all’anime di Detective
Conan sono di mia creazione.
At the beginning
- Capitolo unico -
Il picchiettio
della pioggia si era fatto più consistente, quasi assordante,
e copriva ogni altro minimo rumore nei paraggi; di fastidiosamente
udibile c’era solo il fruscio del traffico cittadino lontano.
Shinichi, con quel frastuono coronato dal rombare
cupo dei tuoni, non riusciva neanche a sentire i propri passi
sulle scalette metalliche; inoltre, ad intensificare la sua momentanea
sordità, c’erano a riecheggiargli nelle orecchie
i battiti del cuore, che sembravano indecisi se galoppare o meno.
L’adrenalina che scemava era una sensazione
quasi rilassante, sebbene lasciasse il respiro pesante e l’impressione
di aver corso per chilometri. Però, pensò, era tutto
passato. Il reale pericolo, se non altro.
Perché c’era ancora Ran in ballo.
Si fermò, inclinando appena il capo per riuscire
a vedere il suo volto ciondolante. Una sfumatura rossastra le
attraversava le guance, spiccando sulla pelle pallida; le labbra
erano socchiuse, secche, e un leggero rantolo affaticato le abbandonava
a ritmo sostenuto. Sotto le dita, riusciva a percepire la sua
pelle d’oca e si morse un labbro, sentendo la preoccupazione
che vacillava in irritazione.
Era un’incosciente, la solita! Le aveva detto
di chiudere il finestrino del taxi visto che non stava bene. Ma
lei no, ovviamente. Chissà che le passava per la testa.
Arrabbiarsi però non serviva assolutamente a nulla. Non
con la sua amica svenuta, infreddolita e febbricitante.
Se la strinse meglio addosso, avvicinandosi all’ingresso
del magazzino, varcato poco prima, e dette un’occhiata fuori.
Come immaginava, il taxi era sparito. Aveva sentito una violenta
sgommata, ma non si chiese il perché se ne fosse andato.
Per il resto, il vicolo era deserto, bagnato e fetido. Un posto
migliore proprio non potevano sceglierlo.
Ritornò all’interno della vecchia struttura,
guardandosi intorno senza sapere bene neanche lui cosa cercare.
Doveva portare Ran al caldo, ma di posti accoglienti, lì
in giro, nemmeno l’ombra.
Poi si ricordò. Aveva il cellulare con sé e lo avvertì
nella tasca destra dei pantaloni. Senza troppi problemi aveva
trovato un modo rapido e asciutto di chiedere aiuto:
correre sotto quel diluvio non era certo un piano brillante.
Si riavvicinò alle scalette che aveva sceso
poco prima e depositò con cura Ran sul primo gradinò.
Le tenne le spalle per qualche secondo, accertandosi che restasse
in equilibrio. Il respiro era irregolare e profondo e le prime
gocce di sudore avevano cominciato ad imperlarle la fronte.
Brutta situazione, pensò, mentre si toglieva
la giacca di jeans e gliela infilava alla meglio.
La ragazza sussultò, afferrandogli malamente
un braccio per poi lasciare ricadere inerte la mano sulle gambe.
Shinichi la fissò perplesso, continuando a reggerla e scostandole
i capelli dalla fronte.
« Ran » chiamò, e lei aprì
leggermente le palpebre. Le sembravano due macigni. Inoltre vedeva
tutto sfuocato e la testa le girava come una trottola. Ma riconobbe
la voce.
« Shi… Shinichi » rispose flebile,
cercando di metterlo a fuoco. Credette di scorgere un sorriso,
ma non ne fu sicura e richiuse gli occhi, sentendosi troppo stanca.
« Sta tranquilla, adesso ti porto in ospedale
» le disse, spostandole ancora una volta la frangetta. Era
bollente.
« Il fazzoletto… Sharon… »
balbettò affaticata, cercandolo con la mano, ma il ragazzo,
gentilmente, gliela adagiò in grembo.
« Stupida, l’ho già ritrovato quell’assurdo
pezzo di stoffa » sbuffò lui, a metà tra l’ansia
e il sollievo. Sentirla parlare era meglio di niente, dovette
ammettere.
Non perse altro tempo, incalzato anche dal tuonare
sempre più forte. Prese il cellulare dai pantaloni e compose
il numero della madre, che ormai doveva essere alla centrale di
polizia da un pezzo. Avvertendo lei di dove si trovavano, avrebbe
dato anche le coordinate agli agenti per quel serial killer che
stavano cercando.
Riflettendoci, guardò in alto, verso il soffitto
cupo del magazzino. Nessun rumore, solo il temporale. Chissà
dov’era finito quell’uomo, si chiese. Ma un attimo
dopo, la voce squillante e totalmente fuori luogo di sua madre
gli rimbombò nelle orecchie ed ebbe altro a cui pensare.
Come, ad esempio, spiegare alla donna allarmata il
perché si trovassero chi-sa-dove, perché Ran avesse
un febbrone da record e perché avesse notizie su un pluriomicida.
Bel giorno avevano scelto per andare a New York.
Un giorno davvero indimenticabile.
***
« Shinchan,
stai diventando come tuo padre! » se ne uscì Yukiko
quando ebbe a portata d’orecchio quello sconsiderato che
aveva per figlio, ora che si trovavano in una calda e asciutta
volante della polizia. Il capitano Radish li aveva trattenuti
per poco, giusto il tempo di sapere quel che Shinichi aveva scoperto
del ricercato. Un momento dopo, vedendo le condizioni della ragazza,
aveva offerto loro un passaggio.
Il suddetto tale padre alzò gli occhi
al cielo, la sua tipica espressione annoiata sul viso.
« Che cosa ho fatto, stavolta? » domandò
scocciato, appoggiando un gomito contro la portiera, sostenendosi
il mento col palmo, senza neanche guardarla in faccia. Se l’avesse
fatto sarebbe scoppiato a ridere, altroché. Sua madre aveva
di nuovo gonfiato le guance senza rendersene conto. Ed era un
vero spettacolo. Purtroppo, però, l’ultima volta
che glielo aveva fatto notare ce ne aveva prese parecchie, quindi
era consigliabile tenersi eventuali battutine per dopo.
« In soli due giorni sei rimasto invischiato
in tre casi! » gli fece notare con voce lamentosa l’ex
attrice nipponica, continuando a fissarlo con sguardo che verteva
sul preoccupato. Ma anche su qualcosa che rassomigliava ad orgoglio.
Il suo bambino monello e fanatico di Sherlock Holmes stava davvero
crescendo tanto! Forse troppo in fretta. Aveva solo sedici anni,
ma la testa era davvero tutta quella di Yusaku.
Un sospiro rassegnato abbandonò le sue labbra,
attirando l’attenzione del giovane che corrugò la
fronte. Non proferì però parola, colto dal panorama
che si presentava al di là del parabrezza.
« Ehi! » esclamò, facendo capolino
con la testa tra i due sedili anteriori, spaventando l’autista.
« Perché siamo tornati in albergo!? » esclamò
allarmato, fissando la donna come fosse stata una pazza.
« Dove dovevamo andare, scusa? » chiese
lei perplessa, non capendo la ragione di quella reazione.
Lo sguardo di Shinichi si fece, se possibile, ancora
più stralunato.
« In ospedale, ovvio! Ran avrà minimo
quaranta di febbre! » sbottò, spaccando i timpani
a tutti, ma ricevendo soltanto una sciocca risata che gli fece
montare i nervi. Sua madre sapeva essere infantile nei momenti
meno opportuni!
« Che drammatico che sei, Shinchan! Ran ha solo
un forte raffreddore, una bella dormita e sarà a posto,
vedrai » gli rispose tranquilla, con tono dolce. «
Ti preoccupi troppo » aggiunse poi, vedendo l’espressione
disgustata del figlio che si rimise a sedere di botto, incrociando
le braccia al petto e guardando fuori dal finestrino, sibilando
invettive tra i denti.
Al suo fianco,
rannicchiata sul sedile e ancora avvolta nella giacca dell’amico,
Ran sonnecchiava, benché non fosse un sonno proprio tranquillo.
Non riusciva a capire cosa le succedesse attorno, ma più
volte aveva sentito di essere presa in braccio. E più volte
aveva riconosciuto quelle braccia come quelle di Shinichi, e allora
si era lasciata andare stancamente, fiduciosa.
Di nuovo, per l’ennesima volta, avvertì
il caldo respiro del ragazzo accarezzarle i capelli e si ritrovò
ad appoggiare la testa pesante sulla sua spalla. Chissà
dov’erano, si chiese. Non trovava la forza di aprire gli
occhi, ogni fibra del corpo pulsava dolorosamente. Sentiva solo
tante voci sconosciute e tante frasi insensate. Non era giapponese…
dov’erano?
Qualche minuto dopo, che non fu in grado di quantizzare,
percepì di essere adagiata su qualcosa di morbido, presumibilmente
un letto. Ancora parole, questa volta comprensibili… ma
non riusciva a seguirne il discorso e ci rinunciò.
Voleva solo dormire e stare meglio per rivedere Shinichi.
C’era qualcosa che sentiva di dovergli dire.
***
L’uomo
si fece scudo dalla pioggia con la larga valigetta che portava
con sé, riparandosi il capo. Purtroppo, però, le
gocce non risparmiarono né la giacca né la camicia.
Né tanto meno il mazzo di rose, ma per quello non c’era
da preoccuparsi.
Proseguì nella corsa non rallentando di un
passo e, qualche momento dopo, fu al riparo sotto una larga e
lussuosa tettoia, piegato in due dallo sforzo e tenuto sottocchio
da un portinaio in divisa che di amichevole nello sguardo aveva
poco. Per farlo entrare ci vollero diversi battibecchi, ma alla
fine Richard riuscì a spuntarla con un documento e un tesserino
che ne accertavano del tutto l’identità.
Varcò il portone della fastosa hall dell’albergo
che gli era stato indicato circa mezzora prima al telefono e,
con un seducente sorriso, l’uomo, sulla soglia dei quaranta,
si avvicinò alla reception, facendo sgocciolare le rose
sui preziosi tappeti.
« Buonasera » salutò,
rivolgendosi alla graziosa signorina dietro al bancone, che guardò
perplessa la sua figura totalmente zuppa, ma allegra. «
Ho un appuntamento con la cliente della stanza 402. Mi chiamo
Richard Lewis » si presentò in un perfetto accento
del sud, Miami sicuramente.
La giovane donna scartabellò per qualche secondo
con alcune carte, per poi trovare quello che cercava.
« La signora Kudo? » domandò
al signore, che con un sorriso smagliante annuì. «
La aspetta nella camera 401 » gli disse e lui,
sorpreso, alzò un sopracciglio biondo, per poi ringraziare
la receptionist e congedarsi verso gli ascensori, fischiettando.
« Ricchan!
».
« Mon amour! ».
Yukiko, ancora con la mano sulla porta, non riuscì
a scampare al caloroso abbracciò dell’uomo, che un
attimo dopo le porse un enorme mazzo di rose rosse innaffiate
di pioggia.
« Ah ah… » rise incerta la donna,
fissando il bouquet sgocciolante. « Non cambi mai, Ricchan».
« Anche tu sei sempre bellissima, chéri
» replicò lui melenso, tentando di attirarla di nuovo
tra le proprie braccia, ma l’ex attrice fu più scaltra
e per poco Richard non perse l’equilibrio. Solo quello,
però: il suo brio ed entusiasmo rimasero alti come il suo
sfavillante sorriso candido.
Seguendo la sua ciliegina, entrò nella
stanza in penombra, togliendosi nel frattempo la giacca bagnata.
I capelli biondi, leggermente lunghi e ondulati, si erano appiccicati
alla rosea fronte, ma non si preoccupò di scostarli. Sapeva
che gli donavano un certo fascino.
« Yuki-chan, se mi hai invitato in tutta
fretta deve essere davvero qualcosa di importante! »
esclamò ad un tratto, mentre lei lo ignorava sistemando
i fiori in un vaso di cristallo decorativo. « Non mi
dire che finalmente ti sei tolta dai piedi quel giallista da strapazzo!
» continuò con lo stesso tono gaio, avvicinandosi
di nuovo.
Ma Yukiko si girò con un sorriso talmente falso
che di rassicurante e cordiale aveva ben poco.
« Ricchan, anche io sono molto contenta
di vederti! » affermò marcando il suo accento
giapponese. « Cerca di moderarti però! Sempre
con questa storia! E no, sono ancora f-e-l-i-c-e-m-e-n-t-e sposata
con Yusaku » mise ben in chiaro, mani sui fianchi e
una vena poco carina pulsante sulla tempia.
L’uomo si ritrasse alzando le mani, sul viso
un’espressione tirata accompagnata da una risatina.
« Via via, Yuki-chan, quanto te la prendi!
» celiò ridacchiando.
« Sei il solito dongiovanni, Ricchan
» evidenziò lei, alzando in aria il suo delizioso
nasino.
Fece per parlare di nuovo, sicuramente per tirare fuori nuovi
appunti sul carattere sfacciato di lui, che qualcuno si schiarì
la gola in modo molto poco silenzioso.
Quando la coppia di bambini cresciuti si voltò,
l’espressione di Richard toccò lo stupore assoluto.
La sua mascella delineata scivolò in basso, lasciando che
la bocca formasse una ‘o’ perfetta. Ma il nuovo arrivato
non gli diede tempo di parlare.
« Chi è questo tizio, mamma? »
domandò con sguardo poco amichevole e indagatore Shinichi,
le mani piantate in tasca e gli occhi assottigliati che non si
scollavano dallo sconosciuto.
« Aah, Shinchan! » esclamò lei,
rientrando impossesso della sua infantile allegria, accostandosi
al figlio. « Lui è Richard Lewis, un amico di vecchia
data » gli spiegò, mentre il suddetto si faceva avanti,
squadrando il ragazzo da capo a piedi, ancora sbalordito.
« Yuki-chan, ma questo è una versione
giovane di Yusaku! » affermò con voce melodrammatica,
calandosi alla perfezione nella parte di chi scopre una verità
sconvolgente. Gli occhi azzurri erano spalancati e le sopracciglia
talmente inarcate da sparire sotto i ciuffi biondi.
« Non per niente è suo figlio, Ricchan.
Si chiama Shinichi! E capisce molto bene l’inglese
» spiegò tranquilla la donna, strizzandogli un occhio.
Il segnale andò a segno perché l’uomo reinterpretò
subito l’espressione del giovane. Ovviamente doveva aver
sentito tutto il discorso, ma questo non parve scoraggiarlo, anzi.
« Shinichi… piacere di conoscerti »
disse con un’inflessione alquanto occidentale, porgendogli
una mano che il ragazzo valutò approfonditamente, prima
di stringere con diffidenza. Quando un tipo non gli andava a genio,
specialmente uno che ci provava spudoratamente con sua madre,
non c’era verso di togliergli il sospetto di dosso.
« E ora che abbiamo fatto le presentazioni,
passiamo alle cose serie » se ne uscì Yukiko,
spezzando il silenzio che, almeno da parte del giovane, si stava
creando.
I due, a quelle parole, si voltarono a guardarla con
un sopracciglio inarcato. Lei continuò a sorridere furbetta.
« Vieni con me, Ricchan » disse,
avviandosi verso la porta della camera da letto. La stanza d’albergo
che aveva prenotato era una specie di appartamento ed era arredata
come fosse stata di una regina. Shinichi non si era stupito quando
vi aveva messo piede, conoscendo quella mania che in parte condivideva
anche suo padre: Villa Kudo ne era la prova, con la sua sfarzosa
architettura stile europeo realizzata appositamente.
L’ex talentuosa condusse i due in una camera
quasi completamente al buio, fatta eccezione per un abatjour sul
comodino. Sdraiata sotto le coperte del letto vicino, Ran aveva
il capo affondato nel cuscino e le guance rossastre per l’alta
temperatura.
Richard, senza attendere spiegazioni, si avvicinò
alla ragazza, rimboccandosi le maniche umide e tastandole la fronte.
Sempre in silenzio, recuperò la borsa che si era portato
dietro, cominciando ad armeggiare con il contenuto alla ricerca
di qualcosa.
Intanto, ancora fermi sulla soglia, madre e figlio
– malfidato – assistevano al suo operato.
« Ehi » sibilò Shinichi all’orecchio
della donna, distogliendo appena lo sguardo da Ran. « Chi
accidenti è quel tizio? ».
Richard Lewis, come nome, non gli diceva assolutamente
nulla. Eppure un ruolo doveva averlo, data la grande
“amicizia” che dimostrava nei confronti di Yukiko.
Lei inclinò il viso verso di lui, facendogli
l’occhiolino e alzando un indice.
« E’ un medico, uno dei più bravi
che io conosca. Visto che aveva un congresso proprio qui a New
York in questi giorni, ho pensato di chiamarlo per fargli visitare
Ran. Così magari ti tranquillizzi un po’ »
gli spiegò vivace, ma capì all’istante dal
suo sguardo che non era quello che il suo perspicace ragazzino
voleva sapere.
Sospirò, facendo spallucce e lanciando un’altra
occhiata al medico.
« Io e Ricchan siamo amici da tanti anni ormai.
L’ho conosciuto all’inizio della mia carriera di attrice…
» iniziò, facendo affiorare alla mente uno dei periodi
più belli ed entusiasmanti della sua vita. Sembravano cose
così lontane, eppure le rivedeva nitidamente come fossero
accadute il giorno prima. « Lui era una promettente star
americana ed era stato invitato in Giappone per interpretare un
ruolo in una fiction con la sottoscritta, al tempo acclamata idol
» continuò pavoneggiandosi, e il suo tono si fece
sempre più squillante, mettendo in allerta Shinichi, che
corrugò la fronte. « Era un copione così appassionante!
» sospirò malinconicamente, prima di voltarsi verso
il figlio con un sorrisino finto e pericoloso. «
Sai Shinchan, hai quasi rischiato di averlo per padre! »
esclamò con un’euforia spiazzante, accennando col
capo all’uomo, del tutto intento nel suo lavoro.
Il ragazzo ci mise più del previsto per registrare
quelle parole. Il suo viso perse prima colore, per poi acquistare
una violenta sfumatura rossiccia, accompagnata da un brivido lungo
la schiena e un grido spaventato.
« CHE COSA!? » urlò, additando
tremante la madre, che aveva portato una mano alla bocca ridendo
e godendosi quella scenata. Richard si girò appena, attirato
dagli schiamazzi. « Tu… Tu… quello…
COSA!? » balbettò, mentre nella sua testa scorrevano
immagini rielaborate sui film sdolcinati che Ran lo trascinava
a vedere e che avevano per protagonisti sua madre e quell’uomo,
che ormai non sapeva più in che modo considerare.
« Che sciocchino che sei, Shinchan! »
continuò divertita l’ex attrice, senza preoccuparsi
minimamente dei danni psicologici che stava recando al figlio.
Era un tale spasso vederlo così agitato che non valeva
la pena terminare quella storia: ossia come poi avesse conosciuto
suo padre e della terribile cotta che si era presa per quel promettente
scrittore.
Per Richard, invece, non c’era stata più
partita, ma, a conti fatti, il futuro medico aveva preso abbastanza
bene la faccenda, sebbene, ogni volta che si vedevano o si sentivano,
lui continuasse a farle una corte insistente.
« Chéri? ».
Il biondo la riportò alla realtà da
quella scenetta in cui si vedeva Shinichi rannicchiato da una
parte a borbottare chissà cosa all’indirizzo della
madre degenere.
« Mh? ».
« La febbre della ragazza si sta abbassando,
non è niente di grave, deve solo farsi una bella dormita.
E’ successo qualcosa di particolare oggi? » chiese,
cercando fondamenta per la sua diagnosi, inarcando un sopracciglio.
Yukiko stese le labbra in un sorriso luminoso.
« Il mio Shinchan si sta facendo uomo!
» rispose enigmatica, attaccando poi a ridere giuliva sotto
lo sguardo scettico dell’amico che non capiva in che modo
ricollegare quell’uscita alla propria domanda. Fece spallucce,
infischiandosene.
« Che ne dici se ti offro qualcosa al bar di
sotto? Non mi capita tutti i giorni di avere una donna bella come
te a farmi compagnia! » propose con un’aria supplichevole
che faceva venire in mente un bambino pronto a combinarne una.
Ma l’ex attrice non vi badò, accettando di buon grado
l’offerta.
In breve, la porta della suite 401 si richiuse, lasciando
soli Ran, che pian piano stava riacquistando un colorito sano,
e uno Shinichi che ancora si lambiccava in pensieri al limite
dell’assurdo e del decente. Ben presto, però, quando
il silenzio tornò padrone dell’atmosfera, la stanchezza
gravò e il ragazzo crollò seduto sulla poltrona
a fianco al letto in cui riposava l’amica, fissandola e
cominciando a riavvolgere le ultime, intense, quarantott’ore.
Il giorno prima
aveva capito. Aveva sperimentato sul campo. Aveva sentito la sensazione
serpeggiare nelle vene e invadere tutto il corpo. Esteriormente
era calmo, quasi rilassato, riflessivo, attento. Interiormente
scoppiava, ogni fibra del corpo era in fibrillazione, ma niente
interferiva con la mente, tesa ad assemblare il puzzle di indizi
che lo avrebbe portato alla soluzione. Alla verità.
Una molla gli era scattata dentro, rimbalzando irrefrenabile.
Ora sapeva cosa provava suo padre quando si trovava
davanti ad un intricato delitto. Era sicuro di sentire quello
che anche lui sentiva. Non era più un gioco, il suo ruolo
non era più quello di uno osservatore. Era diventato colui
che reggeva la matassa ingarbugliata. Colui che avrebbe trovato
il bandolo.
Ed era successo due volte. Sull’aereo e a teatro.
Due casi, sue soluzioni. Come fosse stato un calcolo matematico.
Due più due uguale quattro.
Eppure, quel che aveva avvertito dopo era stato qualcosa
di diverso e nuovo. Aveva l’impressione di vedere il mondo
da un’altra ottica, da una prospettiva in cui tutto gli
saltava all’occhio, dove ogni cosa acquistava un determinato
significato, ma che nell’insieme continuava a celare il
mistero. Cominciava a credere, sorridendo, di avere avuto una
specie di mutazione. Roba da cartoni animati. Ma l’emozione
c’era. La sicurezza. Tutto si era fatto chiaro ed evidente.
A pensarci però, dopo quelle ultime esperienze,
gli ipotetici cambiamenti e il resto, ogni cosa era tale e quale
a prima. La preoccupazione non era passata, non era stata soppressa
dalla nuova fermezza che aveva il sentore di aver acquisito. La
preoccupazione non sarebbe mai scemata via.
Guardò Ran dormiente, sistemandosi un po’
più comodamente sulla poltrona.
Aveva sudato freddo. Aveva sentito il cuore rallentare,
diventare una specie di timer. Aveva urlato, corso. E poi era
successo quel che era successo. La ringhiera di metallo che si
rompeva, quel serial killer che scivolava lentamente verso il
vuoto, Ran che si gettava ad afferrarlo. Tutto in pochi battiti
di ciglia. Prima a rallentatore e poi come un pugno allo stomaco.
E Ran aveva davvero salvato quel tipo. Non l’avrebbe
mai detto. O meglio, sì, sapeva che era nell’indole
di quell’incosciente preoccuparsi di tutti, ma in una situazione
del genere…
… sì, anche lui avrebbe reagito in
quel modo.
Mosso da quel dubbio che non riusciva a dipanare.
Si era fatto quella domanda un miliardo di volte. Non ricordava
neanche a quando risaliva il primo perché?
Perché una persona ne uccide un’altra.
Più volte aveva tentato di rispondersi, valutando anche
gli esempi che gli erano capitati sotto il naso dai casi del padre,
ma non era giunto a niente. Non capiva. Non riusciva a calarsi
nella parte, a pensare come l’assassino. Finché si
trattava di ricostruire le mosse di un crimine sarebbe stato come
bere un bicchiere d’acqua. Ma quel particolare, quella forza
che muoveva la ruota, che portava a quel gesto privo di senso…
Insondabile. Una zona d’ombra in cui era impossibile guardare,
discernere qualsiasi cosa.
Odio? Follia? Dolore? Amore?
Un’accozzaglia di sentimenti che aveva scartato
pian piano, non comprendendoli, non capacitandosi di come dar
loro forma in un delitto.
Si scompiglio i capelli, cominciando ad avvertire
i primi sintomi di un’incipiente emicrania. Non osò
neanche guardare che ore fossero. Rimase piuttosto dov’era,
troppo stanco per muoversi e con lo sguardo ancora fermo su Ran.
Un altro quesito, e anche piuttosto consistente. Ma
non ebbe la forza di affrontarlo.
Le palpebre si chiusero lentamente e, senza che se
ne rendesse conto, si addormentò dov’era.
***
C’era un
piacevole silenzio che aleggiava per la stanza, la tipica tranquillità
notturna. Aveva ripreso pian piano la cognizione del tempo e dello
spazio, ma se ne restava sdraiata, in dormiveglia. Il senso di
pesantezza e affaticamento si era attenuato e la mente ora era
sgombra dai precedenti subbugli dovuti alla febbre.
Febbre… si era sentita male, ricordava di essere
svenuta. Ma di quello che era successo, del perché all’improvviso
fosse stata colta da quel giramento di capo, non riusciva a capirlo.
Se ci pensava un po’ le doleva la testa, e non voleva perdere
quel senso di quiete. Aveva l’impressione di non provarlo
da un po’, così rilassò del tutto le membra.
Purtroppo, però, il sonno sembrava essersene
andato con l’alta temperatura. Si rigirò più
volte, senza trovare una posizione comoda, quando si accorse che
ci doveva essere una qualche fonte di luce accesa.
Con un lieve mugolio socchiuse appena gli occhi, rischiarati
da un tenue bagliore attraverso la patina sfuocata. Ci mise un
po’ a mettere a fuoco il luogo dove riposava. Una stanza,
ben arredata e sconosciuta. Prima che i dubbi le attanagliassero
la mente già provata, però, riconobbe qualcosa di
famigliare. Una figura.
Il suo sguardo stanco percorse dai piedi al volto
la silhouette del ragazzo che si era assopito poco distante dal
letto.
“Shinichi…”.
Il cuore le risuonò con un battito in più
nelle orecchie.
Si immobilizzò, non riuscendo a distogliere
gli occhi, il respiro involontariamente trattenuto.
Non capì, eppure quel leggero trottare nel
petto andò crescendo, aumentando. Le parve quasi di vibrare
lei stessa.
Abbassò il viso, affondandolo nel cuscino,
e vergognandosi. Per cosa, non lo sapeva, ma sentiva un sottile
calore pervaderle le gote e non ci mise molto a realizzare di
essere arrossita.
E tutto perché… aveva pensato al suo
nome? Aveva pronunciato quel Shinichi tra sé.
Semplice. Credeva di essere stupita di trovarlo lì…
tuttavia… ne aveva quasi il sentore. Lui era l’unica
cosa che si ricordava di ciò che era successo. Rammentava
solo che lui era sempre rimasto al suo fianco. Che si
era preso cura di lei. Che c’era stato. Sempre.
Timida, gli rivolse un’altra occhiata, più
per accertarsi che stesse realmente dormendo. Così era.
Se avesse finto, Ran sarebbe davvero morta di imbarazzo.
Ma ancora non ne afferrava la ragione. Come diceva
lui, c’è sempre una risposta a tutto, ma
stranamente a lei quel comportamento sembrava del tutto fuori
luogo e incomprensibile.
Si trattava del suo amico d’infanzia, il ragazzo che conosceva
da una vita. Che ci doveva essere di strano nel fissarlo? E nel
fatto che le fosse stato accanto? Era così da neanche ricordava
quanto, dov’era la stonatura?
Piacere. Le faceva piacere, realizzò.
Non come fino a quel momento però. Era una sensazione più…
profonda? Possibile?
Lo guardò ancora, di nuovo, di sottecchi, temendo
che quei fini lineamenti addormentanti tornassero vigili, attenti.
E pensarla in quella maniera, le fece battere il cuore un po’
di più. Un ricordo le affiorò dal buio che aveva
di quelle lunghe ore e si sviluppò con lenta cadenza, sincronizzato
col suo petto.
Era Shinichi… sull’aereo… quando
aveva iniziato ad… indagare? Sì, aveva risolto un
caso… aveva fatto tutto da solo, come un burattinaio che
sa quali fili muovere per animare le proprie marionette. Aveva
cercato la verità, deducendola, osservandola attraverso
il velo di mistero che la celava. L’aveva scoperta, rivelata.
Aveva fatto giustizia nei confronti di qualcuno che non conosceva,
smascherando un assassino.
Adesso cominciava a intuire. Cominciava a capire,
sentendo qualcosa nascerle dentro. Una sensazione appagante, un
po’ timorosa, ma che la fece sorridere.
Benché le guance le tornassero rosate, non
si scostò dal fissarlo, dall’ammirarlo.
Dall’…
Un tonfo attutito
la distrasse e guardò in direzione della porta. Era stato
un suono lontano, ma fu seguito da una risata profonda, di un
uomo certamente.
Rimase in silenzio, guardinga nell’essere stata
interrotta in quel modo. Ma sulle gote aveva ancora i segni del
rossore per quei pensieri sconclusionati che le erano passati
per la mente.
Un’esclamazione, questa volta più acuta,
richiamò la sua attenzione e l’immagine di una persona
le balenò davanti. La madre di Shinichi…
Non seppe spiegarsi il perché, ma non voleva
essere colta a spiare il suo amico dormiente in quel modo. Optò
quindi per la soluzione più semplice. Si rigirò
nel letto con un lieve fruscio di lenzuola, dandogli le spalle
e chiudendo gli occhi.
La confusione che aveva in testa era troppa da riordinare
in quel momento. E soprattutto, dare un nome all’emozione
che le agitava il cuore era… difficile, si disse,
svicolando. Non era urgente.
Shinichi sarebbe rimasto accanto a lei, no?
***
« Oooh!
Ricchan, stai più attento! » sospirò
Yukiko, cercando di reggere al meglio l’uomo barcollante.
Quello, non riuscendo ad articolare una risposta che
non fosse spezzettata di “hic”, alzò semplicemente
il pollice, lasciando intendere che… andava tutto bene.
« Sì, come no! » sbuffò
lei e in quella frazione di secondo in cui si distrasse, il dottor
Lewis ebbe la brillante idea di testare il proprio equilibrio,
staccandosi dalla donna. La dimostrazione fu breve e alquanto
scadente, dato che l’uomo grande e grosso rovinò
sulla moquette del corridoio del quarto piano, evitando per un
soffio il muro.
« Ricchan! » esclamò allarmata
Yukiko, affiancandosi a lui, che fece un gesto non curante con
la mano, scoppiando a ridere per un motivo divertente che capiva
solo lui.
« Tutto a posto, chéri! »
affermò alticcio, senza smettere di ridacchiare. «
Lo sai – singhiozzò – che ti amo,
vero piccola? » continuò con lo stesso tono,
sistemandosi a sedere alla stregua di un vecchio che sta per raccontare
una storia, alzando in aria un indice. « Da prima di
quel… di quel… come si chiama tuo marito? »
e si accasciò definitivamente contro il muro, iniziando
a russare forte.
Yukiko rimase in piede dov’era, un sopracciglio
inarcato e la tipica espressione a palpebre mezze calate che aveva
ereditato suo figlio.
Alla fine fece spallucce, sorpassando l’amico
e ripescando la chiave della sua camera dalla tasca dei pantaloni.
Per quella notte, lei non conosceva nessun Richard
Lewis.
The
End
Note dell'autrice:
*anf anf* E' stata una faticaccia, non riuscivo a finirla! Sinceramente
(Haro
non
guardarmi male!) non mi soddisfa del tutto questo one-shot, forse
perché è troppo semplice, forse perché non
sono riuscita a dare il giusto spessore a Ricchan...
bho! Però non ho fatto a meno di scriverla XD Mi piace
molto il pezzo di Shinichi... spero che rispecchi abbastanza il
nostro paladino! (Grazie Cavy :*)
Il titolo l'ho preso dalla canzone "At the
beginning" perché all'inizio volevo scriverla
proprio su quella la storia, ma poi alla fine niente XD Però
mi ha accompagnata nella stesura! XD Il personaggio di Richard
Lewis è un incrocio tra il nome del cantante della
canzone (Richard Marx) e del cognome della cantante (Donna
Lewis) XD Giusto per rimanere in tema...
Altre annotazioni non mi vengono in mente... (d'altronde,
ogni volta che sono alle note mi scordo di tutto quello che dovevo
scrivere...)
Spero solamente in qualche commento positivo ;)