Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda, agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».

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La fanfiction "Heavenly Eve - The real epoch of pirates" è stata realizzata dalla sottoscritta, Eneri, per tanto ne è vietata la scopiazzatura.

 

æ Capitolo XI æ

Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.

ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.

 

Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)

- XI -

[Preludio]

Il rumore deciso dei tacchi riecheggiò per il corridoio vuoto, rimbalzando sulle parenti di uno scialbo azzurro e disperdendosi in un’eco solitaria. Continuò a camminare, tenendo in una mano un piccolo quaderno per gli appunti e nell’altra un grosso tomo dal titolo indecifrabile. Per gli ignoranti, almeno.
   Se c’era una cosa di cui andava orgogliosa era la sua conoscenza, mista ovviamente a una buona dose di intelligenza. O forse, nel suo caso, si trattava solo di una morbosa curiosità, la stessa che l’aveva trascinata dov’era ora, in un imponente laboratorio costruito appositamente per lei e per altri ricercatori minori.
   Cosa poteva desiderare di più, però? Nella stanza da cui era appena uscita era contenuto quasi tutto lo scibile umano, cognizioni che andavano oltre ogni limite di immaginazione. Probabilmente solo un uomo, colui che aveva solcato tutti i mari conosciuti e non, avrebbe potuto saperne di più. Un uomo morto più di vent’anni prima.
   Restava comunque il fatto che fosse un sapere proibito. Libri a cui non avrebbe mai avuto accesso, se non avesse accettato di lavorare per il Governo Mondiale, e non per un impiego come altri: in fin dei conti, il suo operato avrebbe reso il mondo un posto migliore.
   Scacciando stancamente quei pensieri dalla testa, si fermò di fronte ad una grossa porta blindata sorvegliata da due marines. Il suo studio. Fece una smorfia tra sé, mentre si liberava la mano dall’impiccio del quaderno e con la stessa, fasciata in un morbido guanto di stoffa blu, cercava nelle tasche della giacca il suo tesserino di riconoscimento. Non era proprio il suo studio. Il loro, per essere precisi. Ma allontanò anche quello di pensiero, quando le due guardie aprirono la pesante porta, lasciandola passare.
   La grande stanza in cui entrò era avvolta da un’oscurità quasi totale, tanto che rimase immobile qualche secondo dopo che l’uscio metallico fu richiuso alle sue spalle. Si riprese quasi immediatamente, abbandonando stizzita ciò che aveva tra le braccia su uno dei tavoli e marciando spedita verso il fondo dello studio, dove alcune candele rischiaravano la superficie di una scrivania.
   Chino su di essa, il viso svogliatamente appoggiato al dorso della mano, stava un giovane sulla trentina dal fisico sottile e dai capelli castani piuttosto scompigliati, raccolti in uno scomposto codino. La fiammella dei ceri, con un gioco di luci e ombre, marcavano ancora di più la sua concentrazione, percepibile dalla fronte increspata e dalle labbra serrate. I profondi occhi color smeraldo, contornati da cupe occhiaie, erano incollati ai minuscoli caratteri di un polveroso libro, intenti a decifrare ed immagazzinare ogni singola parola.
   Non diede alcun segnale di aver sentito la collega e proseguì tranquillamente la lettura, girando le pagine scricchiolanti.
   « Credi che rovinarsi la vista a lume di candela sia romantico, Lucas? » parlò la donna, spezzando il silenzio sacrale che pervadeva l’ambiente e facendo fare un salto sulla sedia all’uomo, colto completamente alla sprovvista.
   « Intendeva liberarsi di me tramite infarto, Miss Keen? » domandò caustico l’altro, una mano a schiacciargli la maglietta all’altezza del cuore e lo sguardo truce fisso in quello della bionda, che ricambiò con un sopracciglio inarcato dietro gli occhiali squadrati.
   « Spero che un giorno mi spiegherai perché credi che io ti detesti tanto » ribatté tagliente la donna. Non aspettò la risposta, tornando di fronte all’ingresso e accendendo la luce; le lampade appese al soffitto diradarono l’oscurità, illuminando quasi a giorno tutto l’ambiente.
   Lucas si stropicciò gli occhi, infastidito dalla nuova e forte luminosità.
   « Forse perché non le riesce di essere garbata nei miei confronti, Miss Keen » fu la placida risposta, che fece stringere le belle labbra rosse della bionda.
   « Cosa ci fai ancora qui a quest’ora? » cambiò discorso lei, dirigendosi verso uno degli scaffali straboccanti di libri. Consultò i dorsi di ogni albo, leggendo velocemente i titoli finché non trovò quello che cercava. Facendo estrema attenzione, sfilò il volume rilegato in cuoio con gli angoli placcati in metallo e tornò al tavolo, tenendolo saldamente e, allo stesso tempo, con cura, sentendone la pesantezza attraverso i guanti.
   Nel frattempo, la risposta del suo ostico collega si fece attendere. L’uomo si era infatti diretto alla loro personale zona ristoro, mettendo di volata su un po’ di caffè mentre cercava una delle sue tazze pulite. Dovette dirottare su quelle della collaboratrice – prendendone una verde pallido con dei deliziosi coniglietti rosa, dato che l’ultima sua presentava ancora i residui del tè di almeno due giorni prima.
   « Se intendi usufruire della mia roba, almeno vedi di offrire, Mr Buone Maniere » lo punzecchiò la Keen dalla scrivania dove stava sfogliando il materiale preso.
Lucas fece un gesto vago con la mano, afferrando un’altra tazza – azzurrina con un coniglietto abbracciato a una carota gigante – e versando in entrambe la bevanda calda.
   « Lei che ci fa ancora qui, invece? » chiese lui quando tornò alla scrivania, posando la sua personale opera d’arte – caffè con tre cucchiai di zucchero e abbondante di panna, sapendo perfettamente quanto la collega detestasse i latticini – sulla superficie lignea e stravaccandosi a sedere su una sedia lì accanto.
La bionda guardò la crema biancastra galleggiare sul liquido scuro, storcendo la bocca. Possibile che quasi all’una di mattina quello avesse ancora voglia di farla incavolare?
   « Non rispondermi con una domanda » soffiò inviperita, senza alzare lo sguardo su di lui, che si stava godendo l’amata caffeina, facendosi due graziosi baffetti bianchi con la panna.
   « Leggevo » biascicò infine, laconico.
   La Keen inarcò un sopracciglio, non mostrando completamente la sua sorpresa.
   « Posso andarmi a fare una sana dormita, finalmente! O forse ho compreso male questa mattina? » citò con una punta di ironia, abbandonando del tutto informazioni e appunti.
   Lucas fece spallucce, ingollando l’ultimo sorso caldo per poi passare alla tazza abbandonata della collega, che non alzò un dito per fermarlo.
   « Dovrebbe saperlo meglio di me, Miss Keen, che quando il sapere chiama non lo si può ignorare… oh, mi scusi, forse queste erano state pressappoco le sue parole quando abbiamo iniziato a lavorare? ».
   Voleva la guerra, capì al volo la donna, e di certo Arissa Keen, venticinquenne nel pieno della carriera, gliel’avrebbe data. Senza esclusioni di colpi.
   Chiuse il tomo che aveva davanti, poggiandolo con la solita delicatezza – neanche fosse stato un bimbo in fasce – poco più in là, insieme al suo quaderno per le annotazioni; si sistemò meglio a sedere, le braccia incrociare sotto al seno.
   « Tu l’hai fatto per una giusta causa, non è vero, Lucas? » chiese tranquilla, fissandolo intensamente per cogliere ogni più piccola espressione o contrazione. « Non che non condivida, ovviamente » aggiunse.
   Il viso dell’uomo si irrigidì appena, ma la bionda si accorse di quel piccolo movimento, rimanendosene zitta. Aspettando.
   Lui abbassò con lentezza la tazza, fissando ciò che ne rimaneva.
   « Esatto » disse, ma non col tono sprezzante che avrebbe voluto imprimere a quella semplice parola. Sembrò, invece, quasi esalarla, come se gli mancasse fiato. La mano si serrò violentemente sul manico del piccolo recipiente, ma quel gesto la donna non poté scorgerlo. Il silenzio si protrasse, da una parte l’attesa, dall’altra… il vuoto.
   In quel momento, Lucas, nella sua mente, vedeva solo un bianco immacolato, la stessa sensazione che si aveva guardando in faccia il sole e rimanendone accecati. Lui era cieco, privo del proprio passato. Non aveva ricordi, non aveva emozioni, voci, immagini, niente di niente. Solo il vuoto. La sua vita iniziava dal giorno in cui si era svegliato in un ospedale della Marina.
  Senza memoria. L’unica cosa che sapeva di sé era il suo nome. Lucas Oakwood.
  Ma a poco era servito. Le persone che l’avevano salvato, i marines a cui doveva la vita, gli avevano raccontato che la sua isola era stata razziata dai pirati, che a parte lui, scampato per un qualche miracolo alla disgrazia, nessuno era rimasto vivo.
   Senza radici, ecco come diceva a se stesso. Lucas Oakwood, la quercia senza radici.
   Presto, comunque, la sensazione di essere solo e di non avere futuro – una prospettiva orribile per un bambino di soli dieci anni – era stata spazzata via: uno dei suoi salvatori, un Vice Ammiraglio, lo aveva voluto adottare, crescendolo come fosse stato figlio suo e insegnandogli a vivere. Forse avrebbe anche desiderato vederlo diventare un marinaio, ma Lucas, fin dal primo momento, aveva solo chiesto una vita tranquilla e nessuno aveva fatto pressioni.
   Quando, però, a distanza di vent’anni, gli era stato offerto quel lavoro dal suo patrigno, aveva sentito qualcosa scattargli dentro, qualcosa farsi nitido nella sua mente. Un desiderio. Forse vendetta, anche se non l’aveva mai considerato tale.    Come poteva provare un sentimento simile se del suo passato non ricordava niente e nessuno? Eppure quella volontà era rimasto lì, dentro di lui, tormentandolo finché non aveva infine accettato.
   E ora, la consapevolezza di poter vedere e, soprattutto, di poter contribuire alla fine dell’Era della Pirateria, lo faceva sentire fiero, orgoglioso. Avrebbe liberato i mari da quella feccia, avrebbe dato riposo a quelle persone di cui, nolente, si era dimenticato.
   Levò lo sguardo, incontrando gli occhi azzurri e concentrati della sua collega. Sogghignò.
   « A che pro può interessarle il motivo per il quale ho accettato questo incarico? Infondo, abbiamo quasi finito e, molto fortunatamente, non ci rivedremo mai più » disse, alzandosi e stiracchiandosi.
   Arissa lo fissò. Era tremendamente alto in confronto a lei, che non era di certo una stanga di donna, e quando si metteva a guardarla da quella altezza in maniera superba, come stava facendo in quel momento, gli avrebbe tirato un calcio negli stinchi senza pensarci due volte. Caso voleva che fosse troppo ben educata per toccare livelli così infimi.
   « Grazie per la tua sincerità, Lucas » sibilò lei, capendo che i giochi si erano conclusi ancora prima di iniziare. Aveva così tanta indignazione da sfogare, che una volta tanto le dispiaceva di non poter battibeccare con quel troglodita che aveva per collega.
   « Dovere, Miss Keen » masticò in uno sbadiglio l’uomo, grattandosi con una mano la testa e scompigliando ancora di più i capelli. « Sarà meglio che se ne vada a dormire adesso » continuò.
   « Perché? ».
   « Immagino che essendo stata tappata tutto il giorno in biblioteca non l’abbia saputo… » replicò svogliatamente. « Tra due giorni partirà la spedizione RAF. La nostra spedizione » sottolineò, osservando la confusione sul viso della bionda.
   « E’ già… pronta? » chiese stupefatta.
   Un attimo dopo lo studio si riempì di una risata allegra, che fece arrossire di rabbia Arissa.
   « Miss Keen, ma dove vive lei? Crede che la Marina e il Governo abbiano usato le nostre scoperte per farsi aria? » disse, soffocando a stento le risa sinceramente divertite da tanta ingenuità. « Si tenga pronta, perché il viaggio potrà non risultarle piacevole. E si ricordi la crema solare, dove andremo saremo molto vicini al sole ».
   « Che intendi dire? » soffiò, a metà tra la collera e la curiosità.
   « Che la nostra destinazione sarà l’High West Mountain… e da lì » continuò con un sogghigno, alzando l’indice della mano destra « rotta per Skypiea, l’isola nel cielo ».

* * *

Sulla Going Merry, ancora alla fonda presso il porto di Nimbus Town, la cena si era consumata in un’atmosfera più serena e disposta allo scherzo. Chopper, che aveva passato la giornata dietro all’improvvisato carpentiere della ciurma, stava ora raccontando ammirato tutto quello che il nasone gli aveva propinato nel pomeriggio, fra storie al limite del reale e bugie a non finire. Zoro e Sanji non mancarono di contornare la seconda portata con i loro battibecchi insensati, facendo infuriare la navigatrice, che per quel giorno ne aveva abbastanza e riuscendo, quasi miracolosamente, a strappare a Mizu un debole sorriso divertito, cosa che allietò ancora di più il clima vivace.
   Di certo non era ancora tempo di festeggiare, ma continuare con quel senso di pressante angoscia sarebbe stato di poco aiuto.
   Questo era ciò che Nami, osservando il mare agitato e scuro, stava meditando.    Finito quello che si era trasformato in un banchetto, con tanto di stupidi spettacolini offerti dal trio demenziale Rufy-Chopper-Usop, la cartografa si era diretta a poppa con alcune cartine e il suo blocco di appunti, intenzionata a prendere qualche dato geografico di quella piccola terra dalle tonalità azzurrine.    Abbozzò con pochi schizzi ciò che vedeva, delineando con maggior cura le Heavenly Hills, ospitanti le più grandi coltivazioni di Light Blue Paradise.
   Ma oltre a Rakuen Island fissava il cielo, suo eterno compagno e rivale. Si chiedeva quando la tempesta li avrebbe raggiunti, perché il suo sesto senso le diceva che quello che si stava per presentare era un acquazzone a cinque stelle a cui difficilmente sarebbero scampati.
   Prese a torturarsi coi denti un labbro, soppesando le sue teorie. Doveva stare ben attenta se non voleva che quel contrattempo li deviasse dal loro cammino, facendoli perdere quel tempo prezioso che ormai scarseggiava: erano già trascorsi quattro giorni dalla scomparsa del giovane Matt e chissà dove erano diretti i Tori Rossi. Il fatto che seguissero il Logpose non la rassicurava per niente, dato che questo puntava all’Arcipelago Sandan, famoso per i piccoli ma numerosi avamposti della Marina.
   Si chiese vagamente se Oushiza potesse essere così stupido da arrischiarsi ad avere una base da quelle parti, ma poi il pensiero della sua taglia e di quel poco che aveva appreso sul suo conto le fece cambiare idea: quel pirata di sicuro non temeva i marines.
   Quando il vento prese a sferzarle il viso con più violenza, facendole scivolare il cappuccio sulle spalle, alzò la testa e, dopo un respiro profondo, tornò in cucina.
   « Preparatevi » disse perentoria, senza fissare nessuno in particolare. « Salpiamo ».

***

Rufy sbadigliò sonoramente, senza neanche preoccuparsi di mettere una mano davanti alla bocca. Sbracato sulla polena, fissava assonnato il cielo nero, tentando di non cedere a quella voglia pazzesca che aveva di dormire: sembrava un’impresa colossale, specialmente per uno come lui.
   Cercando di tenersi sveglio, si puntellò con i gomiti sulla testa caprina, alzando il capo gommosa, che in quel momento gli parve pesante come un macigno, e scrutò l’orizzonte. Se ce ne fosse stato uno. Era così buio che davanti a loro avrebbe potuto esserci un muro contro cui la caravella si sarebbe potuta schiantare allegramente di lì a poco. Tuttavia, per cause di forza maggiore – da intendersi come circa ventiquattro ore di sonno arretrato – il moretto non se ne diede pena per niente, ripiombando nello stato semi comatoso in cui versava pochi istanti prima.
   « Ehi, Rufy » lo richiamò Usop, avvicinandosi e dandogli una pacca sulla spalla. « Non provare a dormire! ».
   Il capitano rispose con un mugugno non ben articolato, ripiegando ancora di più la testa indietro per vedere il suo vice.
   « Sto morendo di sonnoooawhn… » riuscì a lamentarsi con un altro mezzo sbadiglio. Un paio di lacrimucce andarono ad annebbiargli la vista e il capo prese a ciondolare come la culla di un neonato. Un attimo dopo, l’ominide di gomma cominciò a russare in modo alquanto villano.
   « Rufyyy! » gridò il nasone, scuotendolo energicamente, tanto da tirarlo giù dalla polena e farlo schiantare sul ponte.
   Una bassa imprecazione si levò, come la faccia del moretto rossa per la botta inaspettata.
   « Ohi, Usop, io ho sonno! » ripeté più forte il ragazzo, mettendo su un broncio dalle palpebre mezze calate e due borse sotto gli occhi piuttosto evidenti.
   « Non sei l’unico! Ma non possiamo dormire ora! » sbraitò il cecchino, tentando però di tenere un tono di voce abbastanza basso. C’erano persone che era meglio non svegliare, per la propria incolumità.
   « Uffa, ma perché? ».
   « Zucca vuota, perché sennò nessuno controlla dove andiamo e se ci sono navi in vista! ».
   Rufy, braccia e gambe conserte ai piedi della polena, lo guardò inclinando il capo su una spalla.
   « Che navi stiamo cercando? ».
   Ci fosse stata la navigatrice presente, il capitano sarebbe andato a fare un saluto ai pesci. Per sua rinomata fortuna il ragazzo gommoso la scampò, poiché il cannoniere non aveva certe inclinazioni. Quest’ultimo, però, si sbatté una mano sugli occhi, contando fino a dieci – saltando un paio di numeri per fare prima – per poi rispondergli:
   « Stiamo tentando di raggiungere quel mostro di Oushiza, te ne sei già dimenticato!? ».
   « Va bene, ma io voglio dormire! Possiamo cercare il Toro domani, no? » continuò a lagnarsi la ‘zucca vuota’, facendo per accoccolarsi e riprendere il sonnellino da dov’era stato interrotto.
   Rapide, le mani del cecchino lo afferrarono per la camicia rossa, scuotendolo come un’animale di pezza.
   « No che non possiamo rimandare a domani! Ma ci sei o ci fai!? Quel tipo ha in ostaggio il figlio di Mizu da giorni, chissà cosa potrebbe fargli! Sempre che non gli abbia già fat… ».
   Stroncata la frase sul finire, Usop piombò a terra con un bernoccolo che batteva di poco in lunghezza il suo naso e Rufy, sperando di sbagliarsi, si trovò a contemplare… una figura minacciosa.
   Ritta in piedi davanti a lui, Nami, con una graziosa vestaglia color mandarino, aveva un’aria oltremodo furibonda, marcata dagli occhi rossi di stanchezza e i capelli che ricordavano un porcospino.
   « Volete abbassare quelle voci!? Vi si sente fin dalla sottocoperta! » strillò inviperita per essere stata svegliata dopo appena due ore di sonno. « E soprattutto » aggiunse alterata, chinandosi all’altezza del capitano che ormai vedeva solo una macchiolina rossa informe da quanto gli si erano appannati gli occhi di lacrime « certi discorsi risparmiateveli! Mizu ha bisogno di riposare tranquillamente, non di altre preoccupazioni ».
   Terminò la frase con un’occhiata di fuoco, a cui Rufy annuì più volte.
   Sfidare la sorte con la navigatrice, in quegli ultimi giorni, non era una decisione saggia per chi ci teneva alla pelle. Infatti, la ragazza sembrava più nevrotica e manesca del solito, forse a causa della storia di Mizu, o perché stava di nuovo perdendo il nume della ragione per via di quei pochi di buono che costellavano la sua vita.
   « Bene » assentì infine, alzandosi e sentendo di nuovo la stanchezza pesarle addosso con insistenza. Giurò a se stessa che se anche fosse giunta la fine del mondo, avrebbero dovuto attendere che si fosse riposata a dovere. « Ora statevene buoni qui di vedetta ancora per un po’. A breve Sanji verrà a darvi il cambio ».
   Nello stesso momento in cui si voltò per tornarsene al suo amato lettino, desiderosa più che mai di riprendere il sonno, un forte brontolio di stomaco si propagandò nell’aria tiepida, facendola irrigidire sul posto. Solo una persona poteva essere tanto indelicata.
   E ora, quella persona, l’avrebbe ammazzata.
   « Rufyyy… » sibilò pericolosamente la rossa, girandosi con una lentezza che gelò sul posto il proprietario del nome.
   Il capitano avvertì uno spiacevolissimo brivido lungo la schiena, ma alzò le mani a mo’ di difesa, sudando freddo mentre fissava la cartografa.
   « N-non sono stato io » cercò di dire, ma Nami non parve volerlo sentire, solo ucciderlo.
   « Sei soltanto un ingordo! ».
   La navigatrice aveva ancora la presa salda intorno al collo gommoso del capitano, ormai cianotico, quando la nave tremò. Fu per un breve istante, ma tanto bastò a distrarre la rossa, che alzò lo sguardo oltre la paratia, lasciando un po’ di fiato al malcapitato che aveva tra le grinfie.
   « Che… che c’è? » domandò Rufy, guardando dal basso la ragazza. Dopo quella strapazzata, la voglia di dormire si era raddoppiata e sarebbe di nuovo scivolato nella valle dei sogni, se uno scossone più forte non avesse fatto vibrare ancora la caravella.
   Seguì un’inaspettata doccia d’acqua salmastra, che svegliò del tutto i presenti, facendo levare più di una testa verso la foca bianca che era appena emersa e che ora li stava fissando con due occhioni da cucciolo.
   « S-Seal » balbettò Nami, impreparata a quella situazione.
   Per risposta, la creatura levò un leggero guaito, investendola con un fiato che sicuramente avrebbe avuto bisogno di qualche mentina formato gigante.
   « C-credo che andrò… a… a prendermi da bere! » dichiarò Usop, rimessosi in piedi con un balzo dopo la comparsa di quella compagna di viaggio piuttosto inquietante. La sua brillante idea di fuga fu però anticipata dalla navigatrice. Con uno scatto degno dei più acclamati corridori, filò verso la porta della cucina, sparendoci dietro.
   Il cecchino, rimasto con la mandibola a penzoloni per quanto visto, sentì un fiato caldo solleticargli la nuca e, nel voltarsi, si ritrovò a meno di mezzo metro dalla spropositata bocca della foca, che continuava a guardarlo con i suoi grandi occhi dolci. Peccato che il nasone, in quel mostro, vedeva tutto fuorché dolcezza. Infine, svenne.
   « Uffa Usop, hai detto che non dobbiamo dormire! » si lagnò Rufy, vedendo il suo vice scivolare a terra come un sacco di patate con un filo di bava sul mento.
   Un nuovo borbottio di stomaco gli fece alzare lo sguardo. Sopra di lui, protesa leggermente ad annusare il corpo esanime del cannoniere, Seal ricambiò la sua occhiata, aggiungendoci un piccolo lamento sonoro che fece ridere il capitano.
   « Sarebbe proprio ora di uno spuntino! » affermò il moretto, issandosi agilmente in piedi più sveglio che mai. Se si trattava di cibo, neanche il sonno poteva competere.
   Fece per incamminarsi verso la cucina, con la creatura gigante che seguiva ogni suo movimento, quando dall’uscio della sottocoperta sbucò Kamome, l’immancabile espressione burbera sul muso.
   « ‘Bacchan! » disse sorpreso il capitano, ma un attimo dopo le domandò se anche lei sentisse un certo languorino.
   « Per l’oceano, ragazzo, certo che lo sento! Seal sta morendo di fame! » replicò la vecchia, dando un’occhiata alla foca. Quella la guardò quasi con le lacrime agli occhi, trasmettendole una muta supplica.
   L’anziana levò la testa verso il cielo, notando solo nuvoli grigi e un vento che si faceva via via sempre più potente, alzando le onde scure del mare. Dopo un paio di rapidi pensieri, si diresse al parapetto della caravella, arrampicandovisi su come fosse stata una scimmia, e saltando sul capo niveo del mostro marino.
   Rufy le rivolse un’espressione perplessa.
   « Vai da qualche parte? ».
   « Porto Seal a mangiare qualcosa di più decente dei pesciolini che circolano qua attorno ». Prima di andarsene senza ulteriori spiegazioni, si frugò nelle tasche della tunica, tirandone fuori un sacchettino che lanciò al capitano.
   « Non aprirlo » gli ingiunse, guardandolo serio. Nel suo sguardo, però, c’era qualcosa di più, di insondabile. La vecchia scosse appena la testa, tornando a fissarlo. « Dentro c’è un ciondolo di agalmatolite » spiegò, mentre Rufy, spinto dalla sua insaziabile curiosità, aveva già slegato il cordoncino del sacchetto. Si bloccò, corrucciando la fronte.
   « Che ci devo fare io? » domandò.
   « Tu proprio niente! Dallo a Mizu! » sbraitò.
   Come faceva a lasciare la sua Gabbianella nelle mani di quel ragazzo, ancora se lo stava chiedendo. Un pirata. Benché non ne avesse per niente né la fisionomia né le fisime caratteristiche, continuava ad affermare orgoglioso di esserlo. Un pirata che, come Oushiza, aveva mangiato un maledetto Frutto del Diavolo. Quello la disgustava fin dal profondo. Quale Figlia del Mare non avrebbe provato repulsione verso quei frutti generati dall’odio del Diavolo che abitava gli abissi?
   Eppure, a pensarci, Mizu non ci badava a quel particolare: si stava fidando incondizionatamente del capitano, come se non avesse alcuna ragione per dubitare di lui.
   « Ci rivediamo fra qualche ora presso l’arcipelago Sandan! Se succede qualcosa alla mia Gabbianella ti do in pasto a Seal, ragazzo! » gridò, prima di sparire dietro la testa della foca bianca che, un momento dopo, si immerse.

Stava infine sorgendo il sole, e i fulmini si rincorrevano nel cielo scuro, accendendolo di luci chiare e fugaci. I tuoni li seguivano a distanza, rimbombando nell’atmosfera immobile con il loro concerto di tamburi annunciatori di pioggia e tifoni.
   Lontano, stagliate contro una piccola striscia dell’orizzonte rosa pastello, c’erano una moltitudine di isolette perse nella nebbia dell’alba, le cui coste erano lambite da onde sempre più consistenti e impetuose.
   Con il cuore che batteva forte nel petto, Mizu non distolse lo sguardo da quelle terre neanche un secondo, cercando di individuare nella foschia qualche particolare. Era appostata a prua da quasi mezzora, da quando il sonno era divenuto troppo pesante da sopportare. Aveva sognato, sogni piacevoli e insensati all’inizio, che con lo scorrere della notte si erano tramutati in incubi, in grida e in prospettive orribili. Quando si era destata di soprassalto, madida, aveva desiderato urlare, ma non ci era riuscita: il groppo che le serrava la gola l’aveva solo fatta tremare e rabbrividire, senza che un filo di voce riuscisse ad abbandonare le sue labbra.
   Si passò le mani sul viso pallido, respirando a fondo. I palmi scivolarono sul petto coperto da una felpa verde e lì, sulla stoffa pesante, strinse le dita intorno a una piccola gemma che pareva risplendere di luce propria. Agalmatolite.
   Sapeva perché Kamome gliel’aveva lasciata, ma sapeva anche che sarebbe stata inutile. Contro Oushiza, neanche quella pietra preziosa poteva niente.
   « Chi lo sente più Chopper, se ti buschi un raffreddore? ».
   Presa alla sprovvista, Mizu si voltò di scatto e trovò alle proprie spalle Nami, imbacuccata in un pesante cappotto con un sorriso sulle labbra. La navigatrice si era svegliata poco dopo aver sentito l’altra donna lasciare la cabina: la sua angoscia era quasi palpabile e non aveva potuto fare a meno di rattristarsi. D’altro canto, però, quelle ore di sonno che si era goduta erano state un toccasana che l’avevano rimessa in pista, pronta ad affrontare la nuova giornata.
   « Se i miei calcoli sono esatti, tra poco scoppierà il temporale che ci viene dietro da ieri » disse seria, lanciando un’occhiata al cielo in direzione della poppa. I nuvoli che imperversavano l’aria erano enormi e scuri e perfino il più esperto marinaio avrebbe pronosticato sciagura. Lampi e saette, insieme ai fragori lontani, lasciavano infatti presagire il peggio. Ci sarebbe stato il finimondo e la Going Merry ci si sarebbe trovata in mezzo.
   « Avremo problemi? » chiese con un filo di voce la bruna, continuando a stringere il suo ciondolo.
   Nami non la guardò. Non avrebbe voluto mentirle, ma non riusciva ad essere pienamente ottimista. Si fidava di sé, delle sue capacità e dei ragazzi. Se l’erano cavata un sacco di volte, talvolta anche per miracolo; però, in quel momento, non erano in gioco le loro vite. Una lotta contro il tempo, si sarebbe potuta definire ciò che il capitano aveva denominato come una “nuova avventura”, in cui la cartografa non vedeva alcun lato positivo.
   Avvertì l’agitazione crescente di Mizu per quel silenzio prolungato, così si girò e le sorrise, alzando il pollice.
   « Lascia fare a noi! » esclamò, optando per una mezza verità. Non poteva vedere ancora quella donna piangere lacrime disperate, non le avrebbe rette. « Sono la miglior navigatrice che c’è in circolazione e non lascerò che qualche colpo di vento ci dirotti ».
   La giovane Figlia del Mare, dopo un iniziale momento di sorpresa, annuì con un tenue sorriso, incoraggiata.
   « Aaah! Mie soavi e bellissime fanciulle! » tripudiò una voce dietro le due.
   La rossa roteò gli occhi ancor prima di voltarsi verso il cuoco che, più sveglio e pimpante del solito, veleggiava in contro al duo in una moltitudine di lusinghe e complimenti smielati.
   « Cosa fanno le principesse del mio cuore qui a prender freddo? » domandò tristemente e con le sue maniere teatrali, ancora piuttosto aliene alla loro ospite, che lo fissava con uno sguardo incerto.
   « Tu che ci fai già sveglio, invece? » rigirò Nami con espressione scettica. Sanji aveva dato il cambio di guardia a Rufy e Usop durante la nottata ed era rimasto alzato quasi fino a un’ora prima.
   « Non mi perdonerei mai se le dame di questa nave fossero costrette a digiunare a causa del sonno del loro umile cavalier d’amore! » esclamò convinto con un inchino.
   Le guance di Mizu si imporporarono un po’, ma la rossa non seppe dire se per la lusinga o l’imbarazzo. La navigatrice, che ormai conosceva il cuoco come le sue tasche, sospirò appena.
   « Verrò tra poco, devo finire di controllare che la rotta sia giusta ».
   Sanji annuì, per rivolgersi poi alla bruna che, impacciata, assentì che l’avrebbe raggiunto con la cartografa.
   « Ti conviene abituarti ai suoi modi di fare, è sempre così con ogni esponente del genere femminile » rise poco dopo la cartografa, quando fu di nuovo sola con Mizu. Lei nascose l’imbarazzo voltandosi di nuovo verso il mare e ben preso il suo sorriso di spense. Le pareva di sentire i tumulti del suo cuore rimbombarle nelle orecchie in una sinfonia uguale a quella dei tuoni. L’ansia le stava lasciando un cattivo presentimento addosso.
   « Quella laggiù è Dankon Base ».
   Nami la riscosse indicandole la prima isola a cui stavano andando incontro.    Aguzzando la vista, la Figlia del Mare scorse nella foschia un alto promontorio che nasceva da due basse spiagge sabbiose. A cingere come un anello i fianchi della montagna anteriore, che si innalzava come un possente vulcano, c’era un lungo edificio bianco dai tetti bluastri. Svariati pennoni portavano l’insegna della Marina.
   « La nebbia ci rende pressoché invisibili, ma sarà il caso di spostarci di qualche grado » continuò pensierosa la ragazza.
   Lanciò uno sguardo indecifrabile alla donna accanto, immobile a fissare gli isolotti, per poi dirigersi in cucina.
   Progressivamente, la bruna vide Dankon Base farsi più distante, mentre la nave ruotava verso sinistra, lasciandosela alle spalle.
   L’atmosfera era così calma e ovattata, immersa in quella cortina biancastra, celante al suo interno mare e cielo, che quando partì la prima cannonata rivolta alla Going Merry tutti credettero fosse stato un altro tuono lontano.
   Mizu, spaventata, si aggrappò al parapetto, accucciandosi contro la paratia mentre la caravella riprendeva pian piano stabilità dopo il colpo mancato.
Sul ponte irruppero allarmati Sanji e Nami in un turbinio di esclamazioni. Il primo si diresse spedito verso la loro ospite, aiutandola a rialzarsi. La navigatrice, invece, si guardò intorno cercando di capire da dove potesse essere venuto lo sparo.
E un attimo dopo, verso poppa, individuò la prora di una nave dallo scafo dipinto emergere dalla bruma; sulle vele faceva mostra un gabbiano stilizzato con sotto il numero quarantadue.
   « Sanji! » urlò quando ebbe scorto affiancarsi al primo veliero altri due vascelli più piccoli con le stesse velature. « La Marina ci sta addosso! »
   « Dannazione, come hanno fatto a vederci!? » imprecò il biondo, occhieggiando anche lui i loro inseguitori, che si apprestavano rapidi a raggiungerli. I due membri della ciurma stavano per muoversi, quando una voce metallica e frusciante giunse alle loro orecchie.
   « Pirati del Cappello di Paglia, arrendetevi! In nome della giustizia, siete tutti in arresto! ».
   « I soliti ciarloni » sbuffò Zoro, uscendo in quel momento sulla coperta, massaggiandosi il collo dopo la lunga dormita appena fatta e interrotta dal trambusto. Poco male, si disse. Era bello carico e una scazzottata mattutina sarebbe stato un ottimo allenamento per cominciare la giornata.
   Purtroppo, qualcuno aveva altro in mente che un incontro ravvicinato con i marines.
   « Zoro, muoviti ad andare a sistemare la vela maestra! Dobbiamo andarcene! » gli strillò quasi nelle orecchie la compagna rossa, impartendo ordini anche a Sanji che, per sperare di vedere qualcosa attraverso la foschia, dovette spostarsi sulla coffa.
   « Ma perché dobbiamo scappare, pazza isterica!? » ribatté irritato lo spadaccino, che detestava nel profondo prendere disposizioni dalla ragazza.
   Non l’avesse mai detto. Riuscì a scampare al pestaggio della cartografa solo grazie ad altre due cannonate che sbilanciarono l’assetto della caravella, mancandola di poco.
   « Sanji! Ci sono impedimenti davanti a noi!? » gridò Nami, tenendosi all’albero maestro. Il cuoco rispose negativamente. « Allora avanti tutta! ». Detto questo, corse in sottocoperta a svegliare gli altri componenti dell’equipaggio. Se disgraziatamente non fossero riusciti ad allontanarsi, l’unica alternativa sarebbe stato combattere, e non osò pensare alle conseguenze.

A prua, Mizu era immobile, estranea a tutto il tramestio scoppiato, le mani serrate sulla balaustra, l’udito conscio soltanto di un vento lontano. I suoi occhi erano fissi all’orizzonte, dove la nebbia si stava diradando, squarciata dai raggi del sole. Tutto laggiù pareva immobile e pacifico, simile a un quadro di quiete improvvisa e ultraterrena.
   E lì, sospinte da un alito diverso da quello della tempesta che le gravava sul capo, due navi si stavano allontanando. Due galeoni di cui distingueva unicamente la sagoma, i cui colori erano mitigati dalla foschia.
   Quel rosso sangue, però, non l’aveva mai scordato. Mai sarebbe riuscito a farlo.
   Il vessillo dei Tori Rossi svettava su entrambe le imbarcazioni, beffardo e vincitore.

To be continued?

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