Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda, agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».

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La fanfiction "Heavenly Eve - The real epoch of pirates" è stata realizzata dalla sottoscritta, Eneri, per tanto ne è vietata la scopiazzatura.

 

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Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.

ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.

 

Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)

- X -

[Light Blue Paradise]

Nonna Kamome non aveva preso bene la notizia che la sua adorata nipotina stesse viaggiando su una nave pirata. Si sa che le apparenze ingannano, ed essendo l’anziana un tipo che prima agisce e poi chiede spiegazioni, i ragazzi passarono un altro brutto quarto d’ora quando Seal, l’immensa foca bianca rimasta tranquilla fino a quel momento, incitata dalla padrona, si erse di nuovo nel mare con la sua mole spropositata e con i suoi barriti da rendere sordi.
  Le urla di tutti, per far comprendere alla bisbetica che non avevano rapito Mizu, ma che, anzi, l’avevano salvata e stavano cercando il piccolo Matt, erano state vane. Nella confusione provocata dal mostro marino, nessuno sentì nessuno e la notte di fece giorno mentre la Going Merry restava a galla per volere divino.

***

La fronte della navigatrice sbatté stancamente sul bancone dell’osteria, davanti alla tazza di caffè doppio e forte appena datale dall’oste del Bluebell, locanda dove la moribonda ciurma di Cappello di Paglia aveva consumato la colazione, dopo aver passato la notte a impedire a un’invasata di farli colare a picco.
  Le condizioni fisiche di tutti non erano delle migliori a causa di vari graffi, piccoli lividi e passati conati di vomito per il maremoto; ma lo stato psichico era ridotto ancora peggio: le elucubrazioni di ognuno erano fisse sul modo più fantasioso e atroce di uccidere quella strega svampita chiamata Kamome.
  « Nami, forse dovresti andare a riposare » le suggerì Sanji, sedutole ancora accanto con una sigaretta fra le labbra e un maglione leggero a collo alto tirato fuori per via del maltempo.
  Quella emise una specie di sbuffo, scrollando le spalle. Aveva un’emicrania allucinante e le pastiglie che le aveva dato Chopper ancora non avevano fatto effetto.
  « La mia cabina è sottosopra » biascicò, ritirandosi su e portandosi il caffè alle labbra. Ne saggiò un sorso, storcendo la bocca per l’amarezza. « Dopo devo anche andare a cercare qualcuno che sappia dirci se i Tori Rossi sono passati di qui » continuò, osservando la superficie scura della bevanda.
  « Per questo non preoccuparti » le sorrise Sanji. « Ci penso io. Devo andare al mercato a fare la spesa ».
  A quelle innocenti parole, la navigatrice si infiammò di colpo al pensiero dei soldi che avrebbe dovuto sborsare per gli alimenti: se si erano ritrovati a far colazione al Bluebell era solo perché, con gli scossoni della notte precedente, la maggior parte delle provviste era finita per terra in barattoli, bottiglie e sacchi rotti. Quella vecchia rugosa l’avrebbe pagata cara! Rimbambita com’era ci aveva messo secoli a comprendere che loro non erano pirati malintenzionati; e nel frattempo aveva anche distrutto mezza caravella. Peggio di così…
  Peccato che la vera giornataccia dovesse ancora cominciare.

Intanto, al molo più lontano di Nimbus Town, città portuale della piccola Rakuen Island, la Going Merry era stata sistemata alla larga da sguardi indiscreti; un quartetto piuttosto bizzarro, sceso da essa, stava arrancando verso la spiaggia.
  « Fate attenzione! » ruggì la vecchia nana con il fedele pennuto narcolettico accoccolato sulla testa; con quello strillo assordò le orecchie già abbastanza provate di Usop e Chopper che, pazienti, stavano aiutando Mizu a camminare. Lei si scusò con un mesto sorriso.
  « Mi dispiace » sussurrò, di modo che solo il cecchino e il medico potessero sentirla.
  « Non preoccuparti » le rispose il nasone. « Piuttosto, è davvero tua nonna quell’arpia? ».
  Lei scosse il capo, continuando a camminare meglio che poteva.
  « Non so nulla della mia famiglia » spiegò. « E’ tradizione che i Figli del Mare non conoscano mai i propri genitori. Dopo la nascita siamo affidati alle cure dell’oceano: è lui a decidere di noi ».
  Sia la renna che il cannoniere alzarono le sopracciglia, sorpresi.
  « Ma che razza di usanza è? » domando scettico Usop, prendendosi dietro un altro urlo dalla vecchia perché stavano andando troppo lenti.
« E’ così » replicò semplicemente la donna, senza però essere in alcun modo turbata. La sua gente aveva tante leggi che gli uomini normali non avrebbero mai potuto comprendere. « Kamome si prese cura di me da quando avevo tre anni. La incontrai una mattina sulla spiaggia: Seal si era arenata proprio lì vicino e lei sbraitava come una matta » rise, ripensando a quella scena e la sua mente si perse in quei ricordi che sembravano così lontani. Non rammentava neanche più il nome dell’isola dove era stata trovata una mattina dalla gente del posto, sbalorditi di vedere una neonata sopravvissuta alla furia del mare. Se ne erano presi cura, ma dopo che ebbe conosciuto Kamome tutto cambiò. L’anziana, che aveva preso a chiamare Obaachan, era come lei, una Figlia del Mare, anche se al tempo aveva circa trecento anni. « Dopo che mi conobbe volle portarmi con sé ad ogni costo. Fu lei a raccontarmi del mio popolo e a crescermi secondo le loro usanze ».
  « Perbacco! » esclamò Usop, mentre raggiungevano finalmente la battigia.
  C’era un vento freddo a muovere l’aria e far increspare le onde; il cielo, invece, si stava annuvolando, mitigando i raggi del sole; Nami aveva parlato di una tempesta in arrivo.
  « Perché siamo venuti in spiaggia? » domandò Chopper guardandosi intorno e constatando che erano gli unici lì.
  « Dobbiamo guarire le ferite di Mizu » chiarì scontrosa Kamome, facendo segno ai tre di sedersi. Anche se dopo tutte le rocambolesche disavventure della notte precedente la ciurma di Cappello di Paglia le aveva spiegato che sua nipote era stata in buone mani con loro, lei era stata reticente a crederci, soprattutto a causa della sua ostilità verso i pirati. Con sua somma sorpresa, però, perfino la giovane Figlia del Mare aveva abbondantemente confermato i discorsi fattile e così la vecchietta aveva dovuto accordare un po’ di fiducia a quei sette ragazzi, sebbene le sue maniere brusche non fossero cambiate di una virgola.
  Durante tutti i vagheggiamenti mentali, il medico la guardò con curiosità depositare sulla sabbia una grande borsa di pelle che odorava di mare. La vecchia l’aprì e iniziò a frugarci dentro, facendone venir fuori strani tintinnii e fruscii, mentre il cecchino aiutava l’inferma, che aveva ancora la caviglia piuttosto gonfia.
  « Accidenti alle stelle marine, dove ho infilato l’Alga Salutaris!? » borbottò la vecchia con la testa immersa nella borsa. Rovistò per ancora qualche minuto finché ne emerse stringendo un barattolo panciuto con un’etichetta così rovinata dal tempo che non vi si leggeva niente; dentro c’era una specie di gelatina verde acqua.
  « Che cos’è? » chiese interessata la renna, guardando l’intruglio sconosciuto.
  « Alga Salutaris, una specie molto rara » spiegò Mizu, mentre l’anziana apriva il contenitore; prese un po’ di quella sostanza collosa e cominciò a passarla sul piede della ragazza, stando bene attenta ad usare il massimo riguardo sulla parte lesa.
  Chopper rimase tutto il tempo dell’operazione in silenzio, fissando la vecchia donna affaccendarsi con diligenza e professionalità. Ne rimase quasi affascinato, perché era da quando aveva lasciato Drum e Docrine che non vedeva qualcuno così dedito alla cura di una persona e con conoscenze mediche che lui ignorava.
  « Finito » sentenziò Kamome, asciugandosi le mani su uno straccio tirato fuori dalla sacca. « Ora voi due – e indicò il cecchino e il compagno – aiutatela ad entrare in acqua ».
  « In acqua? » ripeté confuso il nasone, seduto a gambe incrociate vicino alle due. « ‘Bacchan non è il caso di farle fare il bagno, fa un freddo cane ».
  « Fa’ come ti ho detto ».
  E non ci furono altri dibattiti, perché Mizu non sembrò contrariata, anzi. Incespicando come prima per arrivare in spiaggia, il terzetto si avvicinò al bagnasciuga. Una piccola onda arrivò fino a loro, lambendo i piedi nudi dei tre e strappando un brivido ad Usop.
  « E’ gelata! » si lamentò, ma non retrocessero.
  Traballando un po’, e inveendo contro stupide decrepite, giunsero ad avere l’acqua ai polpacci e si fermarono. Mentre il cecchino continuava a congelarsi, tremando per i brividi, Chopper, in forma umana, percepì invece una sorta di debolezza attanagliargli i muscoli, ma non ci fece molto caso. L’unica che pareva a proprio agio era Mizu, che chiuse gli occhi ascoltando il rumore dei flutti e annusando l’odore freddo e salmastro del mare. Cominciò pian piano a sentirsi meglio, come se qualcuno le stesse cantando una dolce ninna nanna per rasserenarla. Con lentezza, mosse qualche passo e non avvertì più dolore. La caviglia era guarita.
  « Incredibile » sussurrò Chopper, fissandola muoversi tranquillamente nell’acqua, i capelli scompigliati dal vento. Lei lo sentì e si voltò sorridendogli.
  « Obaachan conosce diversi tipi di cure con piante marine… ha viaggiato per tutti i mari » spiegò la donna, iniziando a sgambettare come una bambina di qua e di là e la renna dal naso blu fu felice di vederla spensierata per una volta. Sembrava come se l’incubo che stava vivendo si fosse momentaneamente sopito, lasciandola godersi l’aria di quel giorno nuvoloso.
  Eppure, osservandola meglio, con gli occhi di Kamome, si poteva scorgere un’ombra non abbandonarla mai, un’ombra emersa da un cupo passato: la consapevolezza che Oushiza era tornato, minacciava di sopraffare ogni momento quella giovane creatura degli oceani, di piegare la poca forza rimastele, di spegnere anche l’ultimo spiraglio di vita che era riuscita a tenere per sé.
  Di nuovo. La vecchia donna non poteva crederci. Quel bastardo era riuscito a trovare sua nipote a distanza di cinque anni e a sapere di Matt. Ciò che la inquietava, era che il Toro Rosso poteva volere solo una cosa dal bambino. La sua abilità. La capacità che caratterizzava i discendenti dei Figli del Mare e che poteva renderli persone temibili e ricercate: un potere del genere in mano ad un pirata si sarebbe rivelato troppo pericoloso.
  Senza accorgersene, strinse con forza la borsa che aveva ancora sottomano. Sperava solo che Matthew fosse troppo piccolo per aver sviluppato una qualsiasi di quelle abilità innate, ma per accertarsene avrebbe dovuto chiederlo alla madre e il solo pensiero le fece dolere il cuore.
  « Ohi, ragazzi! Che state facendo? ».
  Il quartetto voltò in simultanea la testa verso la persona che aveva gridato e che, sorridendo come una Pasqua, si stava dirigendo verso di loro, il fedele cappello di paglia che minacciava di volare via dal capo del proprietario ad ogni nuova folata di vento.
  Appena li raggiunse, Rufy vide Mizu andargli incontro sorridente, camminando tranquillamente senza l’aiuto di nessuno.
  « Sei guarita? » chiese sbigottito.
  Lei annuì.
  « Obacchan mi ha rimessa in sesto » e le sue labbra si stirarono ancora di più, ringraziando silenziosamente il capitano per tutto quello che aveva fatto per lei. Il ragazzo, contento, ricambiò.
  « Gabbianella, non ti montare la testa » la riprese severa la vecchia, scacchiando i cupi pensieri. « Hai ancora il fianco malconcio ».
  L’inferma assentì e si inginocchiò a terra. Si tolse la felpa prestatele da Nami e stava per togliersi anche la maglietta a maniche lunghe quando Chopper, tornato da loro, la fermò.
  « Aspetta! ». Quasi gridò allarmato, mettendosele davanti nel suo formato mignon. « Possiamo fare dopo, tornando in cabina! Non c’è bisogno adesso! » disse di fretta, fissandola intensamente, come a volerle comunicare qualcosa. E Mizu capì, sorridendogli mesta.
  « Non preoccuparti » mormorò in modo che potesse sentirlo solo lui.
  Con un movimento lento si sfilò di dosso la maglietta, rimanendo con il pezzo sopra di un costume prestatole sempre dalla navigatrice. Come se nulla fosse, Kamome prese a spargere la strana sostanza verde acqua sulla ferita al fianco, con la stessa attenzione usata poco prima; ma ignorare il silenzio che era sceso improvvisamente fu difficile, insostenibile.
  Mizu si ritrovò a serrare gli occhi e le mani sui pantaloncini, mentre sentiva gli sguardi di Usop e Rufy fissi sulla sua schiena, immobili sulle sue cicatrici. Sul suo passato.
  Per i due ragazzi fu come ricevere una mazzata nello stomaco. Il cecchino distolse lo sguardo, tornandosene in riva al mare a calciare qualche sassolino verso le onde, le mani serrate e piantate nelle tasche, la testa incassata nelle spalle. Il capitano, invece, non riuscì a non guardare, a non seguire quasi in trance le sottili ferite rimarginate che attraversavano in lungo e in largo il dorso della donna, creando una fitta rete di pelle più chiara, perlacea. Non disse niente, non emise un fiato neanche quando Mizu si alzò, si tolse i pantaloni, rimanendo in due pezzi, e, senza guardarlo, si diresse verso l’oceano, lasciando che le onde, ora un po’ più forti, si infrangessero contro le sue esili gambe.
  « L’aveva superato ».
  La voce di Kamome non lo colse di sorpresa, ma restò in silenzio, invitandola a continuare. La vecchia, con un sospiro triste, riprese:
  « Era riuscita a seppellire il ricordo di Oushiza e a non pensarci neanche guardando Matt ».
  Tuttavia, ora era tutto ricominciato. Ora quel mostro aveva intriso di terrore il cuore della sua Gabbianella, piegandola al solo pensiero e facendola tremare per quegli incubi che le aveva lasciato dentro, stralci di giorni neri che aveva faticato a nascondere nello spirito ferito.
  « Quando scoprì di essere incinta desiderò morire. Fu l’unica volta che vidi i suoi occhi spegnersi e la sua anima lasciarsi andare » continuò l’anziana, sentendo una fitta dentro. Quei ricordi erano ciò che di più atroce avesse mai vissuto in tutta la sua lunga vita. « Aveva solo diciassette anni e quel lurido pirata le aveva tolto tutto ».
  Rufy si irrigidì, sentendo una vampata di rabbia dilagare per tutto il corpo.
  Pirata. Non aveva mai visto quell’Akai Oushiza e mai aveva sentito niente su di lui. Ma di una cosa era sicuro. Quello non era un pirata. Non l’avrebbe mai considerato tale.
  Contenne i battiti del cuore e trovò la forza di parlare, osservando intensamente il mare dove Mizu era appena sparita, immergendosi.
  « Lei vuole bene a Matt » disse solamente, il tono piatto.
  « Sì ». Il viso dell’anziana per un momento si illuminò. « Mizu adora Matt, farebbe di tutto per lui. Ma se durante la gravidanza non mi fossi occupata di lei, avrebbe ucciso se stessa e il bambino. Non so cosa le fece cambiare idea - e nella sua mente prese a formarsi un ricordo, il primo di una lunga serie di memorie serene e senza più paura - ma quando vide il piccolo per la prima volta, tornò a vivere ».
  Il vento si innalzò più impetuoso, freddo, e il cappello di paglia scivolò alle spalle del suo proprietario, che continuò a fissare l’orizzonte, senza più alcun pensiero nella testa, solo il soffio dell’aria a scompigliargli i capelli e il sentore del mare a riempirgli i polmoni. Amava quella sensazione. Di libertà. A volte, solo così, aveva l’impressione di poter far tutto, di avere la forza di abbattere ogni ostacolo, di sentirsi come quel Re che ambiva essere.
  E fu allora, guardando Mizu riemergere, che sentì una nuova energia dentro, che lo riscaldò, che lo rassicurò, che lo fece sorridere anche dopo tutto quello che aveva sentito. In quel momento sapeva che avrebbe sconfitto Oushiza e avrebbe rivisto la donna che aveva salvato ridere, come mai aveva fatto. Non gli importava quanto quel nemico fosse temibile, era solo un altro scoglio che ostruiva la strada verso il suo sogno.
  Tornò con i piedi per terra e vide Mizu muoversi fra le onde e tornare sul bagnasciuga; ma quando la osservò realmente ci mise un po’ a riconoscerla. I capelli color notte rilucevano bagnati alla tenue luce del sole, incollati alla pelle che sembrava fatta di tante piccole scaglie, come le squame di un pesce, e di un cangiante blu oltremare. Anche guardandola negli occhi stentò a credere che fosse davvero lei: i due lapislazzuli brillavano di un qualcosa di nuovo, di misterioso, arcano, così lontano nel tempo per essere afferrato, ma, contemporaneamente, così vicino da incantare, da ammaliare.
  Un attimo dopo vide quelle stesse scaglie sparire lentamente, lasciando di nuovo il posto al tenue rosa della sua carnagione. Solo lo sguardo sembrò rimanere lo stesso, sebbene il brillio si fosse affievolito appena.
  « Quella era la tua trasformazione? » chiese ammirato Chopper, affiancatosi al capitano.
  La donna fece un cenno affermativo col capo, tornando sul bagnasciuga e avvolgendosi in un asciugamano datole da Obacchan. Anche il fianco, come la caviglia, ormai era a posto.
  Quando il tempo minacciò di farsi più scuro, il quintetto, chi più chi meno già mezzo raffreddato, raccolse borse e vestiti e si avviò alla caravella, a cui vicino, sul fondale del porto, appena intravedibile attraverso l’acqua, riposava una stanca Seal.
  Il loro pomeriggio, a differenza di un duo verde-rosso, trascorse sereno e tranquillo tra le riparazioni all’amata nave e qualche chiacchiera su mitiche avventure capitanata da nientemeno che il Principe Distruttore, Usop.

Nello stesso momento, al Bluebell, Zoro fu svegliato con un brusco scrollone. Aprì appena un occhio per vedere chi dovesse uccidere per quelle maniere poco gentili e non si stupì di incontrare lo sguardo di Nami, segnato da profonde occhiaie.
  « Che vuoi? » domandò, richiudendo le palpebre e considerando la navigatrice solo una mosca fastidiosa.
  « Piantala di poltrire e muoviti. Dobbiamo andare a cercare informazioni » rispose risoluta la ragazza, lanciandogli in testa una felpa.
  Lo spadaccino se la tolse di dosso, guardandola storta.
  « E perché dovrei accompagnarti? ».
  Nami sorrise amabilmente, ossia con quel modo che metteva i brividi e a cui Zoro non era immune.
  « Quale motivo vuoi? Quello semplice per salvare le apparenze o quello che implica il debito, di ormai qualche milioncino, che hai con la sottoscritta? » e le sue ciglia sbatterono così falsamente che lo sfortunato dai capelli verdi sentì le budella torcersi.
  Era una taccagna, della peggior specie, ecco cos’era, pensò, mentre si infilava di malavoglia l’indumento pesante e si allacciava al fianco le spade, maledicendo mentalmente la sfortuna di averla incontrata.
  « Poche storie » ribatté la ragazza, come se gli avesse letto nel pensiero.
  Uscirono dal locale dov’erano rimasti fino a quel momento e una folata di vento li investì in pieno, scombinando i capelli già abbastanza disordinati della cartografa. La temperatura stava scendendo e i nuvoloni, lenti ma costanti, continuavano ad affollare il cielo in una tetra trapunta minacciosa.
  « Per stasera il Logpose dovrebbe aver effettuato la registrazione » mormorò tra sé la rossa, senza distogliere lo sguardo dalla distesa sovrastante.
  Lo spadaccino la ascoltò in silenzio, guardandosi in giro e cominciando a valutare l’ambiente. Nimbus Town non sembrava una cittadina molto animata, in giro c’erano poche persone e tutte dall’aria alquanto svagata, come se avessero altro per la testa.
  « Diamoci una mossa » disse, sollecitando la compagna che se ne stava tappata nelle sue riflessioni meteorologiche.
  Qualche minuto dopo, ben stretti degli abiti pesanti, camminavano affiancati per la via principale del luogo, guardandosi attorno alla ricerca di possibili tipi da interrogare. Purtroppo, per quanto la cittadina apparisse florida e ospitale, nessuno pareva campare realmente coi piedi per terra. Lungo la strada incontrarono ben poca gente, la maggior parte furono i proprietari delle piccole attività, come fiorai, ortolani e pescivendoli, seduti ai banconi con la merce ben esposta ma pochi sguardi interessati.
  Se i due stranieri fecero qualche ipotesi, la tennero per sé, continuando a camminare finché non giunsero dinanzi ad un’osteria dov’erano appena entrati tre individui. Si scoccarono un’occhiata fugace e un attimo dopo varcarono la soglia del Golden Cloud.
  Il locale si presentava come il solito luogo capeggiato da gentaglia, con pavimenti puliti alla bell’e meglio e una nuvola di fumo che investì i nostri appena misero piede dentro. Ciò che però fece aggrottare le fronti ai due in quella nube, di un color alquanto strano – azzurrognolo, per intenderci - fu l’odore, solo in parte di tabacco: non riuscirono ad identificare l’aroma principale, un sentore sottile e inebriante, paragonabile ad aria pulita… ma quando si ravvidero da quella sensazione di euforia sfiorata, scartarono l’idea: l’olezzo veniva da grossi sigari, fumati da ogni commensale.
  Nami riprese la situazione in mano, facendosi strada attraverso i tavoli rotondi e acquisendo ad ogni passo movenze sempre più sensuali, sbottonandosi intanto il soprabito e lasciando così in vista la generosa scollatura. Zoro alzò gli occhi al cielo, seguendola di malavoglia.
  Giunta al bancone, dinanzi all’oste, un biondo trentenne dall’aria tranquilla, la navigatrice esibì uno dei suoi sorrisi più provocanti, sedendosi proprio di fronte all’uomo. Questi ricambio il sorriso con l’espressione di chi è appena sceso dal paradiso.
  « Ciao » salutò.
  La cartografa alzò un sopracciglio interdetta, credendo di aver capito male. Ciao?
  « Ehm… Salve » ricambiò, cercando di continuare a dare alla voce quel tono lascivo che con il genere maschile funzionava sempre.
  Lo spadaccino, nel frattempo, se ne rimase in piedi alle sue spalle, fissando i frequentatori intenti unicamente a fumare. Non c’era un fiato per tutta la lunghezza della stanza, nessuno che avesse intavolato alcuna discussione o che desiderasse farlo. Anzi, sembrava che le persone sedute ad uno stesso tavolo manco si conoscessero. Se ne stavano lì, stravaccati sulle sedie, sigaro in bocca e sguardo lontano, qualcuno con due dita di rum intatto davanti.
  « Volevamo delle informazioni » cominciò la cartografa, frugandosi nelle tasche del lungo cappotto color prugna bordato di pelo del medesimo colore. Tirò fuori un volantino malconcio che spiegò sul bancone. L’oste lo guardò, non abbandonando la sua espressione e, anzi, sorridendo amabilmente in direzione di Nami che, spiazzata, iniziò ad avere dei dubbi sull’integrità mentale del gestore.
  « E’ passato di qua? » chiese seria.
  « Chi? » rispose laconico il proprietario.
  Ok, decisamente qualcosa non andava, si disse la rossa, guardandolo con le sopracciglia increspate.
  « L’uomo della taglia, Akai Oushiza » disse, indicandogli il manifesto e mantenendo un tono clemente.
  Quello abbassò di nuovo lo sguardo sul volto dell’uomo fotografato di profilo, un ghigno sul viso incorniciato da ciocche cremisi e iridi bigie. L’oste, se possibile, distese maggiormente le labbra, levando il viso beato sulla bella donna.
  « Chi è? ».
  « Come chi è!? » scattò al limite dell’incredulità la navigatrice, del tutto colta di sorpresa. « E’ un ricercato! Un pirata! » esclamò a voce alta, picchiando un dito sulla taglia e facendo voltare appena il compagno, che stava seguendo sì e no la conversazione. Nessun altro, però, fu attirato da quella voce squillante.
  « Davvero? » fu l’asciutta replica del biondo. Non immaginava - e forse neanche ci provò - di avere di fronte una furia rossa pronta a strangolarlo con le proprie delicate manine, dopo quella fila di panzane che si era sentita dare in risposta.
  Nami l’avrebbe di certo picchiato a sangue, se quella buona stella di spadaccino alle sue spalle non l’avesse portata via di peso dalla locanda, troppo stanco per dover ingaggiare un’eventuale rissa.
  Il prezzo da pagare, però, furono le urla iraconde della cartografa, sconvolta dalle cavolate propinategli e dalla spossatezza crescente.
  « Quello mi prende in giro! » strillò inviperita, quasi strappando la taglia che aveva in mano e danneggiando seriamente l’udito al ragazzo.
  « C’è qualcosa di strano » disse semplicemente l’altro, massaggiandosi una tempia e ignorando le imprecazioni a seguire.
  Ma anche Nami non lo ascoltò di striscio. Finì il suo sproloquio e marciò in maniera poco femminile verso un’altra osteria poco più in là, la Paradise. Peccato che anche lì si ripeté, quasi fosse stato un déjà vu, la stessa, medesima scena: clientela solo intenta a fumare e a vagare in universi paralleli, locandiere svampito, che forse non conosceva neanche il proprio nome, e una navigatrice dai capelli rossi che minacciò di dare fuoco al luogo con la sua sola ira.

Il cielo si stava facendo via via sempre più rossiccio e il sole si apprestava a scivolare nel mare, quando Nami e Zoro uscirono dal faro di Nimbus Town, posto sul Promontorio Azzurro, così chiamato perché ricoperto da una miriade di fiori dello stesso colore della volta celeste. In quanto a informazioni, anche dopo quell’ultimo tentativo, i due erano ancora al punto di partenza.
  Il sereno colore, e l’altrettanto inebriante odore dei fiori, purtroppo non servirono a calmare i nervi della navigatrice, che ciondolava giù per la stradina con la voglia matta di strozzare qualcuno. Lo spadaccino, conscio di quella follia omicida, la seguiva a debita distanza, calmo e tranquillo come se avesse passato la giornata a passeggiare. E, in fondo, quello aveva fatto, limitandosi solo a fermare la compagna ogni volta che sembrava stesse per compiere una strage.
  Se solo fosse stato, come dire, più incline nei confronti della rossa, forse l’avrebbe anche capita. Sfortunatamente, la sua aspirazione massima al momento era trovare un posto dove dormire e recuperare così le ore di sonno mancate della notte precedente.
  « Nessuno che abbia visto un accidenti di nave, di vessillo o di pirata! O che sappiano almeno cosa siano! » si lamentò Nami con la voce che passava da toni collerici a depressi. Una giornata di vuoto, come le zucche che gli abitanti di quell’isola avevano sulle spalle.
  Si passò una mano sul viso stanco, tirandosi indietro i capelli scompigliati e fermandosi di colpo a fissare il mare da quell’altezza. Il vento si era mantenuto abbastanza aggressivo per tutto il dì; il rumore delle onde che si infrangevano contro la scogliera riempiva l’aria, quasi cullando chi rimaneva in ascolto.
  « Se non sappiamo se sono passati di qui, allora potremmo averli persi… » meditò a voce alta la ragazza, riferendosi ai Tori Rossi, lo sguardo improvvisamente lontano.
  Zoro, per la prima volta da quella mattina, le prestò attenzione, senza però risponderle. Sebbene avesse passato la giornata apparentemente infischiandosene delle informazioni che dovevano recuperare, era rimasto silenzioso a cercare tra la folla qualcuno che potesse realmente sapere qualcosa di concreto. Il risultato, però, era stato tanto inconcludente quanto i tentativi della compagna. Avevano le mani legate, dovette ammettere con stizza.
  « Torniamo alla nave » disse in un soffio Nami, riprendendo a scendere il promontorio senza più una parola.

Stavano percorrendo la banchina in direzione della Going Merry, la più grande imbarcazione ancorata al molo, quando scorsero Robin e Sanji sbucare da una delle vie che dava sul porto. Chiacchieravano tranquillamente – ossia senza mani lunghe e ventate di cuoricini da parte del cuoco, che si trascinava dietro un carretto pieno di provviste - quando anche loro si accorsero della navigatrice e dello spadaccino.
  « Nami, principessa del mio cuore! » cinguettò il biondo, mollando il barroccino e veleggiando verso di lei con gli occhi palpitanti.
  Purtroppo, l’accoglienza della rossa fu molto meno rosea e più dolorosa. Gli rifilò un cazzotto in testa, marciando risoluta verso la bruna, che la guardava con un sopracciglio inarcato.
  « Qualcosa non va? » domandò angelicamente, vedendo com’era ridotta. Capelli sparati in ogni direzioni, occhiaie sempre più scure e occhi iniettati di sangue per via della nottata in bianco e della rabbia. Ma quando la navigatrice parlò, dal suo tono venne fuori solo supplica.
  « Dimmi che hai trovato qualche informazione… » piagnucolò, fregandosene della lite appena scoppiata alle sue spalle tra lo spadaccino e il cuoco che, con le solite frecciate, non avevano perso tempo a darsele.
Il sorriso appena accennato dell’archeologa fu come un regalo di Natale.
« Più o meno » rispose.
  Qualche minuto dopo, intorno al carretto e ancora abbastanza lontani dalla Going Merry, Sanji e Robin riferirono quello che avevano scoperto. Che non era molto, a dire il vero.
  « Mi stai dicendo che questo pescatore, da cui hai comprato il pesce, ha visto due navi con la bandiera di Akai Oushiza, ma non si ricorda dove? » riassunse sconfortata la cartografa.
  Il cuoco annuì, la fedele sigaretta tra le labbra.
  « Hanno tutti un’aria un po’ sulle nuvole da queste parti » valutò, scatenando inconsciamente l’ira della compagna, che si accese come una fiaccola.
  « E’ a causa del Fiore del Cielo » rise l’archeologa, cogliendo tutti di sorpresa.
  « Cosa? » domandò basita la navigatrice, credendo di non aver capito. Ma l’espressione sul viso della bruna la smentì.
  « Rakuen Island è famosa per la rara pianta che vi germoglia » spiegò. « La chiamano Fiore del Cielo o Light Blue Paradise. Con i suoi petali ci confezionano incensi e sigari capaci di dare pace e tranquillità… come dire, una sensazione “paradisiaca” » concluse sorridente, con quel suo modo di fare che celava una certa beffa contenuta.
  Nami, al contrario, sentì che a breve avrebbe spezzato le ossa al primo malcapitato. Robin le aveva appena fatto intendere che aveva passato la giornata a farsi prendere in giro dagli abitanti di Nimbus Town, e solo perché erano sotto il perenne effetto di droghe…?
  Ispirò profondamente, chiudendo gli occhi e contando tra sé fino a venti; riuscì a sopire la vena omicida e a concentrarsi unicamente su quello che il cuoco aveva detto poco prima.
  Con una calma che aveva dell’irreale, e che fece accapponare la pelle un po’ a tutti, Nami parlò, sebbene a denti leggermente serrati:
  « Il pescatore non si ricorda niente di niente? ».
  Sanji scosse il capo, ma prima che la cartografa potesse solo pensare di uccidere l’amato cuoco di Rufy e prenderlo come capro espiatorio, questi espresse la sua in merito, salvandosi il collo.
  « Dice che sono passate all’alba » iniziò, voltandosi verso il carretto e rovistandoci dentro qualche secondo. Ne tirò fuori un cartoccio in cui erano avvolti almeno una dozzina di pesciolini affusolati con le scaglie color arancio, che mise sotto il naso degli altri.
  « Cosa dovremmo farci con questi cosi? » chiese lo spadaccino, alzando un sopracciglio, le braccia incrociate. Nami, a suo modo, fu dello stesso parere.
  « Questi “cosi”, cervello annacquato, sono pesci di corrente calda » spiegò il cuoco, ma il compagno continuò a guardarlo come se lo stesse prendendo in giro.
  La navigatrice, invece, si illuminò all’improvviso, buttando le braccia al collo di Sanji un attimo dopo.
  « Bravissimo Sanji! Sei l’unico che mi capisce! » dichiarò la ragazza, facendo la gioia del cuoco che subito, gasatissimo, la strinse a sua volta.
  « Mia adorata Nami, per te questo e altro! ».
  E le sue mani scivolarono dove non dovevano, anche se non ci arrivarono mai.

Era ormai quasi ora di cena quando la navigatrice e l’archeologa tornarono dal loro ultimo, fruttuoso, giro a Nimbus Town. Soddisfatta di sé, Nami non sembrava per niente aver passato una giornata stressante: era così contenta che il malumore della mattina era solo un ricordo.
  « Abbiamo una rotta! » affermò a pieni polmoni, appena mise piede nella cucina affollata.
  Le facce allibite dei compagni e degli ospiti furono un buon incoraggiamento.
  « Sai dove sono diretti? » chiese Usop da parte di tutti.
  Alla notizia, Mizu era rimasta di pietra, accoccolata sulla panca vicino al tavolo; dopo le sporadiche novità dello spadaccino e del cuoco, che aveva cercato di incoraggiarla, la giovane Figlia del Mare aveva cominciato lentamente a perdere la speranza e a chiudersi sempre più in sé, evitando qualsiasi tipo di dialogo. Kamome le passò una mano sulla spalla, senza però distogliere l’attenzione da Nami.
  Questa, dal canto suo, sorrise a tutti, fiera e rassicurante. Si diresse al tavolo già ingombro di piatti e bicchieri e, facendosi spazio, distese sulla tovaglia una mappa, che aveva diligentemente sottratto dalla biblioteca locale. La cartina rappresentava un ampio tratto di mare circostante.
  « Noi siamo qui » disse, indicando una piccola isola con sotto scritto “Rakuen Island” e sulla cui area era elegantemente rappresentato un fiore a cinque petali di un bell’azzurro. « Come ricorderete, dal tratto cui ci siamo mossi – e con il dito tracciò una linea immaginaria dalla piccola Tsuri Island di nuovo a Rakuen – ci siamo imbattuti in correnti fredde. Lo stesso clima dell’isola, benché primaverile, tende a temperature invernali ».
  Qualcuno tra i presentì annuì, molti affascinati, ma nessuno la interruppe.
  « Secondo quanto detto da Sanji, il pescatore che ha visto le navi si trovava in una fascia più calda, cioè questa » e batté più volte l’indice su una striscia di mare, su cui erano disegnati gli stessi pesci comprati dal cuoco, che da Rakuen Island puntava a Est. « E, guarda caso, è la stessa direzione del Logpose, ossia l’Arcipelago Sandan » concluse, appoggiando lo strumento di navigazione sulla cartina e delimitando una serie di isolette disposte più o meno in due file, come uomini sull’attenti.
  « Nami cara, sei sempre la migliore! » tripudiò il cuoco. Per la dritta datele, ricevette un meritato sorriso che gli fece toccare il cielo con un dito e invadere la cucina di cuori.
  « Quando partiamo? » si informò subito Rufy, soddisfatto dell’operato della sua navigatrice e di rivedere un po’ di espressività negli occhi di Mizu.
  La rossa, però, si fece improvvisamente seria, rimuginando tra sé.
  « Questa notte » sentenziò infine, lasciando non pochi compagni confusi. « Da queste parti il magnetismo delle isole è piuttosto debole e ciò ci permette di sostare poco. Inoltre, la tempesta si abbatterà su Rakuen Island alle prime luci dell’alba se non prima, quindi è meglio allontanarci » chiarì.
  Il resto della ciurma, più le due ospiti, annuirono, apprestandosi a consumare la cena e a lasciare quel piccolo giardino paradisiaco che non si erano potuti godere.

To be continued?

 

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