Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda, agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».

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La fanfiction "Heavenly Eve - The real epoch of pirates" è stata realizzata dalla sottoscritta, Eneri, per tanto ne è vietata la scopiazzatura.

 

æ Capitolo IX æ

Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.

ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.

 

Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)

- IX -

[Nonna Kamome]

Dovevano essere quasi le quattro di mattina, e l’orizzonte era ancora un’infinita distesa di oscurità in cui non si capiva dove finisse il mare e iniziasse il cielo. Le stelle erano le uniche ad illuminare e a rispecchiarsi fulgide nell’acqua immobile, dando un non so ché di romantico all’ambiente.
  Sanji, appena richiusosi la porta della cucina alle spalle, con due tazze fumanti in mano, sospirò sconsolato fissando quello splendido panorama a cui, purtroppo, doveva assistere con la zucca vuota del suo capitano. Avrebbe, in realtà, desiderato con una delle tre deliziose fanciulle a bordo della caravella.
  Senza esitare oltre, raggiunse l’albero maestro, arrampicandocisi agilmente fino alla coffa, dove lo aspettava un tremante Rufy imbacuccato in un vecchio plaid rosso.
  « S-S-Sanji » batté i denti il capitano, vedendolo arrivare. Il biondo scosse la testa, prima di mettergli sotto il naso la tazza di cioccolata calda espressamente richiestagli qualche minuto prima. Rufy parve riprendersi subito: agguantandola rapido, ne tracannò un sorso bollente che gli fece prendere un colorito rossastro.
  « Scotta! » esclamò senza fiato, la lingua di fuori, guardando il contenuto cremoso della tazza.
  « Stupido, che ti aspettavi? » sospirò rassegnato Sanji, sedendosi sul parapetto della coffa e osservando il mare placido, saggiando appena il caffè che si era preparato, e riflettendo.
  Quella notte la temperatura era vertiginosamente scesa, tanto che avevano dovuto ritirare fuori i cappotti invernali, ma niente che li stupisse: dopo più di due anni nella Rotta Maggiore, ci si faceva l’abitudine a quei cambi repentini del clima. A seguito di un altro sorso caldo, più moderato, Rufy tornò a parlare:
  « Siamo tanto lontani dalla prossima isola? » domandò.
  Sanji non replicò subito, scrutando l’orizzonte scuro.
  « Che vuoi che ne sappia » rispose. Rimuginò un po’, prima di riprendere: « Spero solo che non sia troppo distante. Più passa il tempo e più quei farabutti potrebbero allontanarsi ».
  Rufy lo guardò qualche attimo, tornando poi alla sua cioccolata e finendola in un ultimo caldo sorso che gli lasciò la bocca fumante. Poggiò la tazza in terra, alzandosi e stiracchiandosi sotto lo sguardo impassibile del cuoco.
  « Appena lo troveremo gliele faremo pagare tutte! » dichiarò il capitano, guardando un punto imprecisato del mare.
Sanji sorrise, alzando la tazza come a brindare per poi buttar giù anche lui l’ultima goccia.
  Rufy rise, anche se brevemente. Un improvviso e del tutto inaspettato scossone fece traballare con violenza la Going Merry, facendo quasi cadere dalla coffa i due uomini; ma come se niente fosse successo, la nave tornò lentamente a stabilizzarsi, sebbene sia cuoco che capitano rimasero in allerta, ben aggrappati al parapetto, mentre scrutavano tutt’intorno.
  « Che cos’è stato? ».
  La più che logica domanda del ragazzo di gomma non ottenne risposta; Sanji era troppo occupato a guardare l’orizzonte calmo, innaturalmente calmo, considerando il violento urto che avevano appena subito, per dare fiato ai suoi pensieri confusi: davanti a loro non c’era nulla.
  Per altre due volte la caravella fu scossa con impeto. Sembrava che nel mare circostante si stessero propagandando onde d’urto provocate da cannonate mancate, ma niente lasciava intendere nemici in agguato. Era troppo buio per distinguere alcunché lì intorno.
  In fine, del tutto inatteso, come del resto gli altri, arrivò un terzo feroce colpo alla fiancata di dritta e i due di vedetta sentirono distintamente il legno scricchiolare.
  « Ci hanno colpiti! » strepitò allarmato il capitano, tentando di vedere se la caravella avesse riportato danni considerevoli.
  « Non ci sono navi in giro » soffiò Sanji, scrutando attentamente l’acqua. « E’ qualcosa che viene da sott… ».
  Il biondino non ebbe tempo di terminare la frase: fu sbalzato all’indietro dall’ennesima, improvvisa scossa e sbatté dolorosamente la schiena, cacciando diverse colorite imprecazioni.
  Rufy, al contrario, allungò il braccio fino alla balaustra del ponte sottostante, approdandoci qualche istante dopo, desideroso di capire cosa stesse succedendo.
  Nello stesso momento, dalla porta della cucina, irruppero sul ponte simili a furie Zoro e Usop, quest’ultimo ancora in pigiama insieme all’inseparabile fionda in mano.
  « Ma che diavolo succede? » urlò lo spadaccino prima al capitano e poi al cuoco, che stava scendendo dall’albero maestro il più in fretta possibile.
  « Ci stanno a-a-attaccando? » balbettò il cecchino, voltandosi a scatti sia a destra che a sinistra e mirando a nemici invisibili, le gambe che gli tremavano senza freno.
  Un barrito si levò dal mare a coprire le voci agitate e la Going Merry tremò. L’equipaggio si coprì le orecchie, assordato.
  « Sembra un animale ferito » urlò Sanji, cercando di farsi sentire dagli altri.
  Ma nessuno lo ascoltò. Quando il grido animalesco si interruppe, tutti si voltarono a tribordo a fissare senza fiato quella che sembrava una gigantesca collina nera appena affiorante dall’acqua. Le mascelle della ciurma franarono a terra e gli occhi schizzarono fuori dalle orbite, mentre le poche rotelle nella testa di ognuno cercavano di dare una spiegazione ammissibile – benché buona parte al limite della fantasia – a quell’enorme massa che li sovrastava.
  Un nuovo verso si levò alto, investendo i presenti in pieno come un vento travolgente e dal pungente odore nauseabondo.
  « Vuoi combattere!? » gli urlò contro Zoro, tentando di minacciarlo sguainando le spade.
  Imprevisto, un secondo barrito si levò a manca e la Going Merry vibrò di nuovo, violentemente, mentre dal mare si ergeva un’altra figura, possente quanto la prima e altrettanto scura. La ciurma rimase paralizzata, chi più chi meno sia dalla paura che dalla sorpresa.
  « Si salvi chi puòòò! » gridò Usop tentando di buttarsi in mare. Rufy lo fermò in tempo, acchiappandolo per la collottola e tirandolo dalla sua parte, vicino al primo presunto mostro.
  A differenza del cecchino, il capitano aveva lo sguardo elettrizzato: e ciò non fu un bell’incoraggiamento per il suo vice. Per niente.

Nami pestò il piede in terra prima di aggrapparsi alla libreria, evitando così di rovinare sul pavimento. La nave tremò ancora qualche secondo.
  « Ma che cavolo stanno combinando quegli stupidi!? » sbraitò inferocita la rossa con gli occhi puntati al soffitto.
  « Forse dovremmo andare a controllare » suggerì serafica Robin, comodamente seduta sul divano della loro cabina con un libro in mano, senza apparentemente preoccuparsi di quello che stava succedendo.
  « Quegli idioti dovranno bastare, non ho alcuna intenzione di andare là fuori! » ribatté la navigatrice, prima che una scossa la cogliesse impreparata, facendole perdere l’equilibrio.
  Prontamente, una dozzina di braccia le evitarono una brutta caduta, ma la cartografa si rimise in piedi più nera che mai, inveendo a gran voce contro i suoi inutili compagni.
  Mizu, invece, ancora sistemata sul letto, rimase piuttosto sorpresa da quello che aveva appena visto.
  « I poteri del Frutto del Diavolo… » mormorò, voltandosi verso una Robin sorridente, prima che tutte e tre fossero sbalzate via improvvisamente dai rispettivi posti. Alcuni libri cascarono dalle mensole colpendo Nami, che imprecò a denti stretti. Si rimise all’istante in piedi, il pugno bel alzato e minaccioso.
  « GIURO CHE LI BUTTO TUTTI A MARE! » urlò attorniata da sinistre fiamme. Ma non fece in tempo a mettere a punto i suoi propositi, marciando verso la botola della stanza per raggiungere la coperta, in barba a quanto detto prima, che dall’uscita collegata alla stanza dei ragazzi sbucò trafelato il medico di bordo, tremolante come una foglia.
  Quando Nami lo vide gli fu subito addosso, gli occhi fiammeggianti.
  « Che accidenti succede!? » sbraitò sovrastando gli scricchiolii della caravella e facendo quasi venire un infarto per la fifa a Chopper, già abbastanza tramortito di suo.
  « C’è… c’è… » cercò di dire, ma lo sguardo della compagna lo aveva mandato in paranoia.
  Magnanima, Robin mosse appena un braccio e dalle spalle della rossa spuntarono subito un paio di mani che liberarono la giovane renna dalla presa stritolatrice della ragazza e lo lasciarono cadere sul letto, ai piedi di Mizu.
  « Cosa succede? » chiese quindi più pacata l’archeologa, le labbra stirate in un sorriso indulgente che riuscì a far smettere la tachicardia al medico, facendolo deglutire e ritrovare un filo di voce.
  « C-ci sono dei m-mostri marini… » mormorò spaventato, facendo corrugare più di una fronte.
  « Mostri marini? » riecheggiarono in coro Mizu e Robin, mentre Nami riprendeva a inveire contro la massa di cerebro lesi che appestavano la nave.
  « E’ possibile che quegli idioti non sappiano accoppare delle nullità simili!? Maledizione, non è la prima volta! Si rammolliscono la notte!? ».
  I suoi imprechi non furono pressoché uditi, sovrastati dall’ennesimo barrito, anche se questa volta sembrava impregnato di una nota di dolore che zittì tutti nella cabina. Mentre l’archeologa e la cartografa si scambiavano uno sguardo a fronti corrugate, Mizu spalancò gli occhi riconoscendo improvvisamente quel verso. Il cuore le prese a battere forte.
  Gettò a lato le coperte e tentò di mettersi in piedi, appoggiandosi a tutto quello che le capitava sotto mano.
  « Mizu che fai!? » intervenne preoccupata Nami, andandole a fianco; Chopper fece lo stesso per sorreggerla, ma la ragazza dai capelli corvini puntò decisa la botola.
  « Devo andare fuori! I ragazzi non devono attaccare Seal! » spiegò trafelata, conficcandosi le unghie nei palmi della mano ad ogni scossa di dolore che veniva dalla caviglia e dai punti al fianco.
  Nuovamente, le due donne della ciurma si scambiarono un’occhiata rapida, assecondando poi i movimenti della terza che trascinò di fretta il terzetto sul ponte.

La situazione sulla coperta non era delle più rosee, ma qualcuno si stava godendo lo spettacolo.
  E quel qualcuno di certo non era Usop. A furia di supplicare, tra gridolini isterici, il capitano affinché li tirasse fuori dai guai, alla fine si era lasciato andare a terra, aggrappato alle caviglie dello stesso, continuando a biascicare insistentemente « moriremo tutti… ». Fra i vergognosi piagnucolii del cecchino, a quel santone di Roronoa Zoro stava per venire l’emicrania, intanto che si sprecava a tirare giù personaggi celesti a non finire ogni volta che la Going Merry subiva dei colpi di riflesso da quelle due immense creature che li avevano affiancati.
  Gli unici che parevano mantenere abbastanza self-control erano il cuoco e il capitano; ognuno, a modo suo, continuava ad assistere impotente alla lotta dei mostri marini. Inutile dire che Rufy al posto degli occhi aveva ormai due luminose stelle grandi quanto la sua mano e, in antitesi col suo cannoniere, esclamava una trafila di « Fantastico! Incredibile! » con tono sempre crescente.
  Sanji, dal canto suo, in piedi sul parapetto e attaccato a una delle sartie per evitare di finire in mare data la situazione, stava valutando i danni riportati dalla loro povera nave, oltre che pensare a come togliersi da quel casino. Era il caso di andare a chiamare Nami e forse tirare fuori i remi, visto che non c’era un filo di vento; ma non fece in tempo a imboccare la porta per la sottocoperta, ignorando il resto della ciurma, che una voce sconosciuta e inattesa attirò l’attenzione di tutti.
  « Idiota di un maschio in calore! Levati dalle pinne e vai ad importunare qualcun’altra! ».
  Le sgraziate parole riecheggiarono sulla Going Merry e i ragazzi alzarono le fronti corrugate verso il mostro di destra, quello che presumibilmente… aveva parlato.
  « Ehi, stupida alga… hai sentito anche tu? » domando tranquillo Sanji, accendendosi una sigaretta senza scollare lo sguardo dalla creatura.
  « Non sono sordo, idiota di cuoco » rispose con lo stesso tono flemmatico lo spadaccino, la mano ancora stretta sull’elsa della Kitetsu. Nessuno dei due si sprecò a esprimere opinioni di sorta.
  « Sa anche parlare! » esclamò invece il capitano, la bocca spalancata come un bambino di fronte a una scoperta sconvolgente. « Non è incredibile!? » chiese conferma voltandosi verso gli altri due e accecandoli con la sua meraviglia. Nello stesso momento, ancora ancorato alle caviglie del capitano, Usop frignava riguardo all’essere troppo giovane per crepare, di avere ancora così tante cose da fare e posti da visitare… in definitiva, non si era per niente accorto che il nemico sapesse parlare. O forse, nella sua visione di fine atroce, quel particolare non era rilevante.
  « Non so voi, ma io comincio veramente a seccarmi » riprese Zoro, sfoderando finalmente una delle sue spade e rimanendo ben fermo dov’era, anche quando il mare si ingrossò ancora una volta, sbatacchiando la Going Merry come una paperella di plastica in una vasca piena di marmocchi.
  « Non fare troppi danni, lattuga. Quell’affare potrebbe essere commestibile » disse pacatamente il cuoco, prendendosi dietro un’imprecazione, mentre si avviava per raggiungere la sottocoperta e avvertire le sue donzelle.
  Peccato che le stesse sbucarono sul ponte, spalancando l’uscio con una forza tale da mandare al tappeto il povero biondo che, ultimamente, sembrava non avere una gran fortuna con le porte. Ma sia mai che un naso sanguinante possa fermare l’amore di Mr Prince verso quelle che lui riteneva incantevoli angeli.
  « Nami! Robin, passerottino! Mia dolcissima ninfa del mare! » esclamò con tono stucchevole, veleggiando verso di loro senza prestare la minima attenzione al medico, apparso nella sua forma umana per aiutare Mizu a camminare.
  E proprio Mizu, guardatasi subito intorno con agitazione, notò prima il mostro marino a babordo, che ancora ruggiva collerico, poi l’altro a tribordo. Il suo cuore prese a battere rapidamente, riconoscendone la fisionomia.
  Non fece però in tempo a gridare il nome della creatura, quando si accorse che sotto di essa, fermo sul ponte con la gamba sinistra poggiata al parapetto, Zoro stava per sferrare un attacco con la spada per fermare definitivamente tutto quel ballare nauseante.
  « Tecnica a una spada » mormorò lo spadaccino, chiudendo un attimo gli occhi, estraniandosi dal mondo e dal coro di voci dei compagni, e spostando con lentezza il peso sulla gamba sinistra per lo slancio. Un attimo dopo puntò lo sguardo sulla sua preda e spiccò un balzo, la mano che stringeva saldamente l’elsa e tutta la sua attenzione rivolta unicamente all’obiettivo.
  « LE TRENTASEI PASSION… » ma la frase non la terminò mai. O meglio, forse i pochi pesci rimasti nei paraggi la udirono, insieme a una serie infinita di bestemmie degne di nota che salirono in superficie in tante bollicine.
  Quello che si era consumato in un pochi istanti, per uno spettatore esterno sarebbe stato quanto mai assurdo, ma sulla caravella c’era chi si era portato una mano al cuore nel tentativo di controllarne i battiti convulsi a causa dello spavento preso.
  « Grazie… Robin… » mormorò Mizu, girandosi verso la donna con un debole sorriso. Quella fece spallucce, ma gli altri erano rimasti a fissarle con le bocche spalancate ed espressioni che andavano dall’interrogativo allo sconvolto, dimenticandosi per un momento delle scosse, dei barriti e di tutto il resto.
  « Robiiin! » gracchiò Usop, rimessosi miracolosamente in piedi, ma con il viso ancora inondato di lacrime e il dito che puntava verso il mostro di destra. « Perché diavolo hai fermato Zoro!? Era la nostra unica speranza! » continuò, riferendosi alla decina di mani che qualche attimo prima erano spuntate dal corpo dello spadaccino, immobilizzando il suo colpo e facendolo, di conseguenza, piombare in acqua in una maniera poco dignitosa.
  L’archeologa incrociò le braccia, esibendo un tranquillo e menefreghista sorriso capace di far venire un colpo apoplettico al cecchino che, anche quella volta, non si smentì, aggrappandosi a Sanji dopo le parole che sentì:
  « Mizu non avrebbe voluto, a quanto ho capito » disse semplicemente, come se fosse la cosa più normale del mondo.
  « Mizu dovrebbe stare a letto! Sta male! » ribatté Usop in uno di quei suoi intervalli di follia pura dove l’importante era unicamente abbattere i nemici – non per mano sua, si intende – e salvare la pelle. Non ebbe neanche il tempo di dire al cuoco di sistemare il mostro che la loro ospite intervenne, reggendosi ancora al medico.
  « Seal non farà del male a nessuno! Non è pericolosa! » chiarì la giovane donna, ma la veridicità di quelle parole dovette attendere.
  La creatura di babordo, vistasi messa da parte fino a quel momento, si sentì in dovere di scatenare il finimondo. Con un ultimo grido di battaglia, si immerse all’improvviso, creando dei cavalloni anomali che sbatacchiarono l’equipaggio a destra e a manca.
  Chopper fece in tempo a prendere fra le braccia Mizu, quando entrambi finirono contro la porta della sottocoperta e il medico, con la sua mole, impedì all’inferma di farsi ulteriormente male. Sorte analoga ebbero Nami e Robin tra le mani protettrici – e morte – del cuoco, che si adoperò al meglio per impedire alle due leggiadre fanciulle di riportare il benché minimo graffio sulle loro candide pelli. Rufy, tiratosi da parte il cecchino, preda ormai di una crisi di nervi, si aggrappò all’albero maestro, osservando da lì che anche il secondo mostro, Seal, si stava inabissando.
  Ci fu qualche sporadico minuto di silenzio, rotto soltanto dagli scricchiolii della Going Merry, ancora battuta da onde per nulla delicate, e dagli sproloqui di Zoro che, infradiciato fino al midollo, tornò a bordo con maledizioni di tutti i colori per l’archeologa.
  Tempo qualche altro secondo e i ragazzi, indistintamente, avvertirono i loro cuori precipitare all’altezza dei talloni. Senza avere neanche la possibilità di realizzare cosa stesse succedendo, la caravella si ritrovò a svariati metri di altezza, in bilico su quella che doveva essere la testa di uno dei due mostri.
  « Voglio morireee… » la supplica di Usop si perse nel vento. Improvvisa com’era cominciata, quella ascesa verso il cielo si trasformò in una discesa al dir poco infernale e riecheggiante di grida. La Going Merry si ritrovò col vuoto sotto la ciglia nello stesso momento in cui l’essere abnorme che l’aveva trascinata in aria si immerse senza tanti problemi. In fondo, non si era neanche accorto delle otto persone che si stavano consumando le corde vocali a furia di strillare.
  La caduta parve durare un’eternità, ma tre secondi dopo la caravella riapprodò in mare con un suono di legno e vetro rotto non trascurabile; quello, però, era l’ultimo dei problemi della ciurma di Cappello di Paglia e della sua ospite. Tutti tremanti e quasi cianotici, si guardarono nelle palle degli occhi per confermare di essere vivi.
  « Voglio rifarlo! ».
  A esclamare l’eresia, ovviamente, fu il capitano, che si stava ancora gustando l’adrenalina in circolo; gustando ancora per poco, dato che quando i suoi compagni finirono col pestarlo la sua anima faticò a non lasciare l’amorfo corpo gommoso.
  « Non ho intenzione di rimanerci secca! » strepitò imbestialita la cartografa, ergendosi al centro del ponte con la sua aurea più minacciosa. « Sanji, va’ a prendere i remi! Zoro, se uno di quei due cosi si fa di nuovo vivo fallo a fette! ».
  « Aspetta Nami! » tentò Mizu, rimettendosi dolorosamente in piedi con la testa che girava. « Ascoltami, per favore! Seal, la foca bianca, non è pericolosa! Non so cosa voglia quell’altro mostro, ma lei è innocua! ».
  Non furono proprio le parole appropriate, specialmente quell’”innocuo”, dopo che tutti avevano rischiato l’osso del collo a causa della battaglia che i due esseri avevano ingaggiato.
  La navigatrice però quietò un po’ l’animo, fissando la donna. Poteva anche credere che una delle due creature fosse… amica, ma se restavano lì in mezzo senza far niente sarebbero colati a picco: la caravella aveva già subito abbastanza danni e altri avrebbero potuto rivelarsi fatali.
  Sospirò pesantemente, raccattando il capitano per la collottola e tirandolo in piedi.
  « Ehi, Rufy! Sveglia! ». Lo schiaffeggiò un paio di volte con poca grazia, finché il babbeo non si riebbe dal mondo dei semi-morti. « Abbiamo un problema ».
  Il moretto la guardò con i punti interrogativi che gli danzavano sulla testa.
  « Mizu, hai detto che Seal è una… foca bianca, giusto? » chiese conferma la rossa.
  L’interpellata annuì a conferma.
  Nami si volse verso l’intero gruppo che si era rimesso in piedi senza troppe contusioni; il cuoco tornò dalla stiva con una bracciata di lunghi remi.
  « Bene ragazzi. Dobbiamo andarcene da qui alla svelta prima di finire in fondo al mare a fare compagnia ai pesci » cominciò la navigatrice, togliendosi una ciocca bagnata da davanti al viso. « Accendete le lanterne, abbiamo bisogno di luce per individuare i due mostri. Uno è una foca bianca e NON deve essere colpita in alcuna maniera, intesi? » e nell’ordinarlo si girò verso Rufy, che annuì più di una volta, iniziando a scroccarsi le nocche.
  Mezzo minuto dopo le lucerne che i ragazzi accesero stavano irradiando un bagliore rossiccio per tutta la nave, illuminando le acque che sembravano essersi un po’ chetate.
  « Speriamo non rispuntino fuori come poco prima » soppesò Robin accanto alla cartografa. Entrambe erano appoggiate al parapetto e fissavano le onde che si infrangevano contro le fiancate della caravella.
  Attesero in silenzio, ogni membro della ciurma appostato ai diversi angoli della nave. Qualcuno stava già pensando che tutto si era risolto e che i buoni avevano vinto anche quella volta – senza muovere un dito, tra l’altro, - quando l’acqua si fece improvvisamente scura.
  « STANNO RIEMERGENDO! » urlò la navigatrice. Tutti si tennero ben stretti a qualcosa e, l’attimo seguente, come la prima volta, uno dei due mostri si erse a tribordo della nave, innaffiandola di pioggia salmastra con un barrito da spaccare i timpani.
  « Non è Seal! » gridò Mizu cercando di farsi sentire, tenuta saldamente dal medico vicino all’albero maestro.
  « Rufy! » chiamò Nami, ma non ce ne fu bisogno.
  Il capitano, fermo in mezzo al ponte, aveva già caricato di svariati metri entrambe le braccia, preparandosi all’attacco.
  « Gom Gom… BAZOOKA! ».
  Sotto lo sguardo incredulo dell’inferma, il moretto, un ghigno sul viso, colpì in pieno il mostro marino, facendolo volare per qualche lega, completamente tramortito.
  Le braccia protese tornarono con uno schiocco al loro posto e il ragazzo, tutto contento, poté ritenere conclusa la faccenda.
  « Avete visto? I brillanti piani di Capitan Usop funzionano sempre! Come quella volta che mi trovai ad affrontare… » iniziò giulivo Usop, mani ai fianchi e occhi al cielo, ma per poco non ricevette la stessa caterva di botte rifilate prima a Rufy.
  « Adesso dobbiamo aspettare che venga a galla anche l’altro… » sospirò la navigatrice con una mano sulla fronte. Che notte da incubo e che mal di testa della malora, si disse, augurandosi che non capitassero altre brutte sorprese. Bagnati fradici e in balia dell’aria gelida della notte sarebbe stato un miracolo se non si fossero ammalati tutti di polmonite.
  Intanto, vicino all’albero maestro, Sanji si era adoperato a tirare fuori una delle sdraio per farci accomodare Mizu, la cui cera non era delle migliori.
  « Ma conosci sul serio un mostro marino? » le chiese sbalordito Chopper, ancora nella sua forma umana. Lei sorrise appena, questa volta con una serenità nuova che nessuno aveva mai visto.
  « Sì, è un’amica e con lei viaggia una persona a me molto cara » rispose, osservando il mare in attesa che Seal spuntasse di nuovo. Finalmente avrebbe potuto rivedere un volto famigliare ciò le diede uno strano conforto interiore. Come se non fosse più sola.
  I compagni di scambiarono uno sguardo interrogativo, ma nessuno fiatò. L’importante era non dover sprecare altre forze per sistemare un’altra quelle creature: anche se non lo davano a vedere, il giro di giostra imprevisto aveva rivoltato lo stomaco a molti. Non al capitano, di certo, che si era seduto sulla balaustra della nave, accanto alle due donne della ciurma, in attesa di rivedere quella mitica creatura parlante.
  Poco distante da dove si trovavano, iniziarono a formarsi delle bolle che andavano via via facendosi sempre più consistenti e grandi.
  « Ci siamo » sussurrò l’archeologa, per nulla allarmata, a differenza del cecchino che, come il più degno dei compagni, si era appostato dietro alla schiena del medico dicendogli che gli copriva le spalle.
  E in un nuovo spruzzo di acqua marina, che finì di bagnarli, la testa della creatura infranse la superficie, troneggiando in mezzo al mare simile a un’isola fantastica.
  « Dove accidenti si è inabissato quel pinnipede esaltato!? ».
Esattamente come prima, la creatura parlò. O meglio, gracchiò. Quella scoperta mandò a terra il temerario guerriero degli oceani, Usop, le mani intrecciate in una nuova raffica di preghiere.
  Fra gli sbalordimenti, e il menefreghismo generale di chi già aveva appreso quell’insolita rivelazione, Mizu si fece avanti, pallida ma col sorriso sulle labbra.
  « Seal! Sono io! Obaachan! » gridò con il cuore che batteva, lasciando sbigottiti un po’ tutti, foca bianca extra dimensionata inclusa.
  « Mizu!? » schiamazzò la voce misteriosa.
  « Obaachan? » si chiese qualcuno sul ponte.
  « Per tutte le balene blu! Seal giù la testa, giù la testa! ».
  A seguito di quelle parole, l’immensa foca bianca chinò docilmente il capo emettendo un verso molto fiacco che ricordava un cagnolino in festa, ben diverso dai ruggiti che aveva lanciato fino a poco prima.
  I ragazzi dalla Going Merry fissarono la scena incuriositi ma vigili; avevano compreso che a parlare non era la bestia e la domanda che sorgeva spontanea era una: chi diavolo poteva esserci a controllare una creatura simile?
  La risposta arrivò con un’accecante luce che investì tutti in pieno, ferendo gli occhi: dopo quasi un’ora passata nel buio completo della notte era come fissare il sole allo zenit.
  « Mizu? Mizu!? » chiamò la voce, fattasi un po’ più vicina.
  « Obaachan, spegni i fari… non si vede nulla… » pregò la donna, parandosi il viso con una mano in direzione della foca.
  Pochi minuti dopo, e strani colpi metallici a seguire, l’intensa luminosità si attenuò, lasciando così ai ragazzi la possibilità di osservare il dorso del mostro marino e la persona che vi ci stava tranquillamente sopra. Una persona dalla fisionomia alquanto… discutibile. Bizzarra. Ma sulla caravella del futuro Re dei Pirati chi è che non era abituato alle stranezze?
  Quella che si stava facendo loro incontro era una vecchia, poco più alta di Chopper in versione mignon, con capelli verdognoli, molto più scuri di quelli di Zoro, e con una consistenza che ricordava, viscidamente, delle alghe. Il viso era una ragnatela di rughe che rendevano ancora più burbera la piega delle due labbra e indosso aveva una sottospecie di tunica smanicata lunga fino ai piedi, infilati in sandali, di un rosa confetto dal dubbio gusto. Quello che però attirò più di tutto l’attenzione era il nido di rametti che aveva per cappello. Un nido con dentro un gabbiano barbuto, a prima vista impagliato tanto era immobile. E forse lo era davvero. Forse.
  Fra tutte le paia di occhi che la fissavano, l’anziana Obaachan riconobbe quelli più unici che rari di Mizu. La bocca le si spalancò per la sorpresa di trovarla realmente lì.
  « Gabbianella mia! » esclamò, andandole incontro, con una velocità piuttosto sostenuta per una persona di una certa età, e approdando, dopo uno slancio atletico degno di nota, sul ponte della nave, di fronte alla presunta nipote. « Che ci fai qui? Quando ti sei imbarcata? E dov’è Matt? ».
  Ma l’ospite della Going Merry non la stava ascoltando. La guardava e basta, con le lacrime che ancora una volta le stavano inondando i bei lapislazzuli. Qualcosa si era spezzato di nuovo dentro di lei. Qualcosa che sembrava ormai irreparabile, sommerso da emozioni così forti e strazianti a cui non riusciva a trovare rimedio. Stava soffocando. Sentiva l’aria venirle meno, la forza di proseguire defluire lentamente come se si stesse dissanguando. Di fronte alla vecchia donna che considerava una nonna, che l’aveva allevata fin da piccola insegnandole tutto sulla sua gente, si lasciò andare.
  Mizu cadde in ginocchio, le mani che si strinsero al vestito della vecchia in una morsa spasmodica e iniziò a piangere, a urlare tutta la paura che sentiva dentro.
  E Kamome, di fronte a quella reazione straziante, poté solo stringerla e rispondere alle sue domande ascoltando la sofferenza di un’anima dilaniata dal dolore.

To be continued?