Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda, agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».

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La fanfiction "Heavenly Eve - The real epoch of pirates" è stata realizzata dalla sottoscritta, Eneri, per tanto ne è vietata la scopiazzatura.

 

æ Capitolo VIII æ

Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.

ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.

 

Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)

- VIII -

[Speranza]

« Robin mi affido a te » disse Nami con una certa solennità, consegnando alla compagna il secondo Logpose che avevano. Questa sorrise, accennando un “non preoccuparti” con la testa, ma la navigatrice sospirò comunque, prima di rivolgersi agli altri. Per sua fortuna c’era l’archeologa su cui poteva contare, perché se avesse dovuto lasciare tutto a quegli idioti sottostanti, era certa che si sarebbero ritrovati a Raftel Island senza capire come ci fossero arrivati.
  « Appena si alza il vento occupatevi delle vele e del timone secondo le direttive di Robin. Senza fiatare » ordinò, cercando di non guardarli troppo in cagnesco e non far trapelare così la sua preoccupazione; ma tutti dovevano già essersene accorti perché non fiatarono.
  Espirò nuovamente, questa volta con serietà e stanchezza. « Ricordatevi che hanno almeno due giorni di vantaggio su di noi e non possiamo permetterci ritardi ».
  La ciurma annuì, disperdendosi per il ponte. Nami, massaggiandosi il collo, andò a riposarsi.

Da dove si trovava ora, spostata nella stanza delle ragazze, poteva sentire passi concitati battere il suolo della coperta soprastante e secchi ordini talvolta gridati. Sulla Going Merry l’equipaggio si era messo all’opera per prepararsi alla partenza, per prepararsi ad inseguire Oushiza.
  Serrò appena la mascella a quel pensiero, sistemandosi meglio a sedere mentre un leggero gemito abbandonava le sue labbra. Il fianco continuava a farle un male pazzesco e la caviglia ancora gonfia non era d’aiuto. Come lei, si disse debolmente e con una stanchezza che rasentava la depressione. Si sentiva del tutto inutile in quel momento, bloccata a letto e con la testa che le sarebbe presto scoppiata per tutte le inutili e cupe congetture che vi aleggiavano.
  Pensare la stava uccidendo, torturandola nella maniera più sadica. Continuava a rievocare nella sua mente la sequenza di quei fatti orribili che ancora una volta si sarebbero incisi a fuoco nel suo cuore e sulla sua pelle: altre cicatrici, altre ferite da far rimarginare. Se ne avesse avuto la forza.
  Appoggiò la testa alla parete della cabina, osservando in modo vago il soffitto.
  Cinque anni aveva passato su Tsuri Island, cinque anni per tornare a vivere con serenità; e quei lunghi e tranquilli giorni erano stati sporcati dal sangue in un battito di ciglia, spezzati dai pirati. Da Oushiza, l’incubo della sua vita.
  Il suo viso pallido si incrinò in una smorfia di dolore e i suoi occhi si dipinsero di paura. Non riusciva a contrastare quell’emozione che minacciava di sfociare nel terrore, quella sensazione di stare per perdere anche l’ultimo stralcio della sua vita: Matt.
  Inconsciamente, si ritrovò ad intrecciare le dita in una muta preghiera rivolta al mare, alla vastità che tanto amava e da cui era nata. Implorò di poter riabbracciare il suo bambino, di trarlo in salvo da quel mostro. Le lacrime inumidirono le sue gote in un pianto silenzioso.
  « Cosa devo fare…? » sussurrò senza fiato, quasi agonizzando nella speranza che qualcuno le desse una risposta. E quella, inaspettata, arrivò.
  Smettila di piangere… Ho intenzione di fare quattro chiacchiere con questo Toro.
  Riaprì gli occhi, riascoltando quelle parole udite solo poco prima dall’ultima persona che avrebbe creduto di incontrare in quell’orribile situazione.
  “Rufy…”.
  La sua speranza crebbe, sebbene ancora mortalmente abbracciata allo sconforto.

***

L’uomo arrestò la sua camminata davanti al caminetto spento, sul viso un’espressione infastidita, mentre fissava la bandiera bianca col simbolo della Marina postavi sopra a dominare l’ampia stanza come fosse stata il quadro di un austero antenato.
  « ARDELIA! » vociò alterato all’improvviso, voltandosi di scatto verso l’immensa porta di legno dello studio. Dall’altra parte si sentì prima il fruscio disordinato di fogli che cadono per terra, una bassa imprecazione seguita subito da uno svelto rumore di tacchi. L’uscio si aprì lentamente e una timorosa segretaria in tailleur verde bottiglia fece capolino.
  « Mi ha chiamata, Vice Ammiraglio? » domandò timidamente, rimanendo addossata alla porta.
  Quello la guardò scocciato.
  « Ti saresti precipitata qui se non l’avessi fatto? ».
  La bruna scosse la testa, mordendosi il labbro per la domanda stupida. Tentò di rimediare in altro modo.
  « Cosa posso fare per lei? » chiese, sottomessa. Quello era l’unico atteggiamento che riuscisse ad avere in presenza dell’uomo che mai, neanche una volta da quand’era arrivata lì circa tre mesi prima, l’aveva trattata bene. Di replicare, ad ogni modo, non se ne parlava: non voleva fare la stessa fine della segretaria prima di lei, licenziata su due piedi senza tante spiegazioni e solo perché aveva avuto l’insolenza di contraddirlo. Si riebbe dai suoi pensieri quando la voce tonante del superiore le giunse di nuovo all’orecchio:
  « Va’ a cercare quell’idiota di Nebbish! Doveva essere qui mezzora fa! Muoviti! » ruggì e Ardelia chinò frettolosamente il capo, sparendo dietro la porta.
  Il Vice Ammiraglio scosse la testa contrariato: lavorava con un branco di ottusi senza speranza.
  Si tolse la giacca bianca, buttandola malamente su uno dei costosissimi divani rossi, e si diresse alla scrivania, sedendocisi con uno sbuffo, prima di ruotare sulla poltrona girevole e dare un’occhiata fuori dalle alte vetrate che davano su un largo spiazzo: lì, sull’attenti, c’erano un gran numero di marinai che, silenziosi, ascoltavano gli ordini dei propri capitani.   Spostando lo sguardo più in là si potevano intravedere i cantieri navali, dai cui pochi comignoli salivano volute di fumo nero. Si appuntò di andare a dare uno sguardo ai lavori in corso per verificare che non ci fossero ritardi.
  In quel momento, qualcuno bussò e l’uomo si girò contrariato: non era la sua segretaria.
  « Avanti ».
  La porta si aprì quasi del tutto, lasciando sulla soglia un marine vestito nell’uniforme consona ai Capitani di Vascello, un pungente sorriso sul viso. L’ufficiale alla scrivania lo fissò con disgusto, soffermandosi a incrociare quelle due grigie iridi calcolatrici, sicure di sé, che parevano farsi beffe di tutto.
  « Shirami » fu salutato freddamente l’inatteso ospite.
  « Vice Ammiraglio Mouke » si inchinò teatralmente in risposta il Capitano, prima di chiudersi la porta alle spalle.
  Si squadrarono per qualche secondo, l’espressione falsissima del sottoposto che sembrava far montare una certa rabbia all’altro. Quel tizio era una grana bella e buona, l’aveva sempre saputo, ma nonostante questo si era spinto a prenderlo sotto la propria protezione, se così poteva dire, perché il suo lavoro – il suo nuovo lavoro – lo sapeva svolgere meglio di chiunque altro: era un bastardo pianificatore della peggior specie.
  « Cosa ci fai qui? » chiese duro il superiore, osservandolo avvicinarsi e sedersi su una delle due morbide poltrone davanti a lui. Questi lo fissò con cipiglio falsamente sorpreso.
  « Che maniere brusche, Mouke. Non pensavo si accogliessero così gli amici » disse affettato, appoggiando un gomito sul bracciolo della poltrona e sorreggendosi il viso con la mano, una smorfia beffarda sulle labbra.
  « E da quando io e te saremmo amici? ».
  Shirami non perse i suoi modi derisori.
  « Suvvia, mi pareva avessimo gli stessi obiettivi ». Il suo tono si fece più serio e i suoi occhi penetranti; il Vice Ammiraglio irrigidì la fronte.
  « Non ti permetto di fare quello che vuoi solo perché siamo d’accordo su alcune questioni » ringhiò in risposta, fissandolo diretto. « Lo sai che non mi fido completamente di te ».
  Il Capitano sorrise calmo a quell’affermazione, sebbene il suo sguardo ardesse di una collera ben contenuta.
  « Credevo di averti già abbondantemente dimostrato che ho chiuso col passato » replicò piatto, senza tradirsi. La testardaggine di quell’uomo qualche volta riusciva ancora a stupirlo.
  « Un pirata sa mentire bene » mormorò l’altro, assottigliando gli occhi.
  Shirami sbuffò.
  « Cominci a parlare come quel paladino della giustizia di Smoker » soffiò irritato alle suddette parole. « Continuerete a flagellarmi per il resto della mia vita con questa storia che considero sepolta? ».
  « E cosa mi dici di Heavenly Eve? » sibilò velenoso il Vice Ammiraglio, rilassandosi sulla comoda poltrona e scoccando un’occhiata alla cicatrice che dalla guancia sinistra gli solcava la pelle fino alla giugulare.
  Shirami fece un gesto vago con la mano, alzando le spalle, e capendo che Mouke, ancora una volta, indentava solo infastidirlo.
  « Il compito più adatto a me » ribatté semplicemente. « Hai visto tu stesso che assegnando questo caso ad altri non si è giunti a niente ».
  « Sarai pure capace di localizzarla, ma sono vent’anni che ti sfugge da sotto il naso » constatò il superiore non senza un sorriso di scherno.   L’uomo non si scompose a quella osservazione.
  « Non conosci né lei né le persone su cui può contare ».
  « Intendi quel Yabber di Fulham Island? Perché non l’hai fatto arrestare? ».
  « Yabber non è il tipo da farsi coinvolgere in queste faccende » rispose asciutto il Capitano, lisciandosi il mento con le dita.
  Inaspettatamente, qualcuno bussò alla porta, interrompendo la discussione.
  « Avanti » ordinò Mouke per la seconda volta.
  Dalla porta sbucò nuovamente la segretaria, una voluminosa cartellina sigillata stretta al petto.
  « Il rapporto di Nebbish, signore » disse, avvicinandosi lentamente alla scrivania e consegnando i documenti; accennò un segno di saluto all’ospite che, con sua somma sorpresa, ricambiò.
  « Era ora » sbuffò il Vice Ammiraglio intanto. « Di’ a Nebbish che un altro ritardo del genere gli costerà il grado. E adesso sparisci ».
  Ardelia strinse le labbra demoralizzata, facendo un rigido inchino con la testa prima di richiudersi la porta alle spalle.
  « Allora i tuoi modi bruschi non sono rivolti esclusivamente a me » lo canzonò Shirami.
  « Non ci vedo niente di buono a usare un tono gentile con delle nullità » rispose distratto l’uomo, mentre apriva la cartellina e dava un’occhiata veloce ai diversi fogli.
  « Farò finta di non aver sentito » soffiò a denti stretti il Capitano, guardando di sottecchi i documenti che Mouke stava scartabellando. Il suo sguardo si assottigliò quando vide una lunga lista di nomi in cui comparivano sia persone che luoghi. Con noncuranza la prese, leggendo le prime righe e increspando le labbra in un sottile ghigno di derisione.
  « Noto con piacere che gli obiettivi sono stati già tutti stabiliti » interloquì, destando l’attenzione del Vice Ammiraglio. « Il Governo è davvero d’accordo su tutto? » domandò, la voce velata di una macabra vena di divertimento.
  « Ti pare che la Marina intraprenda un progetto del genere senza l’appoggio del Governo? » domandò spazientito, lasciando del tutto perdere gli altri documenti.
  « E la Flotta dei Sette? » continuò Shirami, senza staccare gli occhi dalla lista.
  Mouke sbuffò, palesando ancora di più il suo fastidio riguardo a quelle stupide domande.
  « Non farmi rispondere a ciò che è ovvio ».
  L’altro uomo sorrise, gli occhi freddi, posando il foglio sulla scrivania.
  « Gli obiettivi sono in ordine cronologico? ».
  « Ancora una domanda idiota e ti sbatto fuori di qui! » ringhiò il Vice Ammiraglio.
  Shirami fece spallucce, alzandosi.
  « Pura curiosità » disse, sistemando le pieghe della lunga giacca bianca. « Mi piacerebbe essere presente alla caduta del primo sfortunato della lista » aggiunse, il tono improvvisamente serio.
  Mouke afferrò il foglio, leggendolo.
  « Chi non lo vorrebbe » fece una smorfia al nome scrittovi.
  « La ciurma di Cappello di Paglia mi sembra la migliore per testare le potenzialità del Cleansing » sogghignò Shirami, prima di congedarsi con un saluto svogliato della mano.

***

Stravaccato sul ponte della nave, le mani dietro la testa a mo’ di cuscino e uno stuzzicadenti consumato che si rigirava tra le labbra, un giovane pirata osservava con sguardo vacuo il buio della notte in cui era nascosta la luna nuova. L’aria, sebbene immobile, odorava di tempesta, ma non se ne preoccupò, o accorse. La sua mente era intenta a divagare nei ricordi di una settimana prima, in quei momenti che avevano stravolto la vita all’interno equipaggio della Mermaids’ Melody e che minacciavano di sopraffarli.
  Un attacco della Marina che di fortuito aveva ben poco, una lotta estenuante e impari tra la loro nave e le cinque nemiche, infine…
  Un leggero guaito lo strappò dalle sue riflessioni, facendogli appena inclinare il viso verso il petto dove, comodamente appoggiata col capo, una bellissima lupa bianca come la neve lo stava guardando con quella che pareva tristezza, attraverso le iridi gialle. Il ragazzo si lasciò andare ad un sospiro, cominciando ad accarezzare con lentezza il pelo morbido dell’animale.
  « Manca anche a me » bisbigliò debolmente, mentre un volto sorridente affiorava dalla massa confusa di immagini nella sua testa, sovrapponendosi quasi con dolore sulle altre. La rabbia e l’angoscia lo irrigidirono e cominciò a darsi ripetutamente dello stupido. Stupido perché era stato un testardo a sottovalutare la forza degli avversarsi, stupido perché si era lasciato prendere troppo dallo scontro per preoccuparsi di lei, stupido perché ora, per colpa sua, il capitano stava soffrendo come un cane e lui non aveva il coraggio di guardarlo in faccia…
  Gli aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per ritrovarla, che avrebbe ammazzato chiunque le avesse fatto del male, sarebbe arrivato a promettergli la luna pur di farsi perdonare… Ma il capitano, il suo migliore amico, non sembrava aver neanche ascoltato quelle parole.
  Prima che potesse sprofondare ulteriormente nei sensi di colpa, un secondo lupo, grigio come le nubi in tempesta e accucciato anch’esso al suo fianco, rizzò il capo, insieme alla compagna nivea, verso la porta che conduceva agli alloggi della ciurma e videro fare capolino una ragazza di media statura, capelli ricci e ramati fino alle spalle e un paio di grandi occhi nocciola che esprimevano un misto di ansia e stanchezza. Al fianco, appesa alla cintura, aveva una balestra richiusa con le rifiniture in oro che oscillava accompagnandola ad ogni passo.
  Appena il giovane la vide scattò in piedi, sputando lo stuzzicadenti in mare, e le fu subito davanti con le mani che tremavano. Avrebbe voluto dire qualcosa, domandarle come stesse il capitano, promettere di nuovo che avrebbe risolto ogni cosa, nel vano tentativo di convincersi che tutto sarebbe andato al meglio, ma sentì la gola secca e ciò che riuscì a fare fu solo chiedere perdono con gli occhi.
  Lei, che parve leggergli ogni singolo pensiero ed emozione sul viso, gli prese una mano, stringendola forte.
  « Non è arrabbiato con te » sussurrò, sfiorandogli la guancia con le dita calde.
  « Dovrebbe invece! E’ stato per… » ma non terminò la frase che lei lo zittì con un dito sulle labbra, scuotendo la testa.
  « Non addossarti questo peso da solo » continuò più decisa, gli occhi fermi nei suoi che poco dopo abbassò, non riuscendo a reggere quello sguardo. Era un pallone gonfiato, ecco cos’era. Sempre spavaldo, orgoglioso e dal sangue caldo… Se soltanto avesse pensato prima di agire…
  « Didi! » lo richiamò lei con fermezza, cercando il suo sguardo. Non l’aveva mai visto in quello stato, così preso dal rimorso da non riuscire a farcela. Quella storia era terribile, ma se pure lui, come Yan, si fosse lasciato andare… per lei non ci sarebbero state speranze.
  « Ascoltami Didi, se inizi anche tu a dare i numeri da qui non ne usciamo più! ». Il suo tono si era alzato di parecchio, pareva quasi isterico, e il ragazzo lo subì in pieno, sapendo che aveva ragione, ma impotente di fronte alla paura che avvertiva serpeggiargli dentro. Se tempo addietro qualcuno gli avesse detto come si sarebbe sentito in quel momento, gli sarebbe scoppiato a ridere in faccia. Il grande Rudy Fenris spaventato?
  Quella però era la realtà.
  « Anne, io… » tentò, senza però sapere esattamente cosa dire.
Lei lo scrollò forte, puntando ancora gli occhi nei suoi. Entrambi provavano un dolore quasi fisico, ma la ragazza sembrava riuscire a dominarlo, si era imposta di farlo, non per lei ma per i suoi compagni.
  « Rimetti la testa sulle spalle e smettila di prenderti la colpa di tutto, capito!? C’ero anch’io qui a combattere, come il resto dei ragazzi! » proseguì, stringendogli con forza le braccia quando lui cercò di ribattere, ma lei non gli lasciò tempo. « Yan ha bisogno di te! Bonnie ha bisogno di te! Credi che piangendoti addosso risolverai qualcosa!? Pensi sul serio che capiterà un miracolo e lei riapparirà a bordo!? Torna in te, maledizione! ».
  Quando finì aveva il fiato corto e gli occhi rossi, ma ricacciò indietro le lacrime, ordinandosi di concentrarsi solo sulla rabbia che provava: cedere alla tristezza non aiutava nessuno, e se i suoi compagni e il suo capitano non avevano ancora la forza per tirarsi fuori da quel baratro, ci avrebbe pensato lei. Non poteva permettere che quegli schifosi della Marina rovinassero la vita della ciurma, la vita della sua famiglia.
  « La pagheranno » sibilò, guardando in faccia il compagno e sfidandolo silenziosamente.
  Lui non rispose, rimanendo a sguardo basso.
  Nel teso silenzio che scese, i due lupi, ancora accovacciati a terra, si alzarono. Raggiunsero il loro padrone, strusciando il muso sulle sue gambe per poi fissarlo brevemente: i loro occhi sembravano la copia di quelli della ragazza, forti e decisi, e, un attimo dopo, la coppia si mise seduta al fianco della stessa, che non accennava a muoversi di un millimetro, come la fermezza che Didi leggeva sul suo viso.
  Quella determinazione riuscì a scuoterlo dentro e si diede finalmente dello stupido, per l’ennesima e ultima volta. Anne aveva ragione e lui era stato proprio un idiota a non reagire.
  La ragazza poté tirare tra sé un sospiro di sollievo, vedendo il ferino sguardo del compagno, di quell’insolito colore giallo identico alle iridi dei due lupi, tornare a brillare con vigore insieme alla sua instancabile energia appena ritrovata. Le sorrise quasi con dolcezza, una sorta di ringraziamento che la fece arrossire un po’: quell’espressione non era per niente tipica di Didi, di quel giovane pirata che stava velocemente riacquistando la sua vena selvaggia.
  « Grazie piccola manesca » ghignò, mettendosi le mani in tasca e guardandola con l’aria arrogante che lo caratterizzava.
  Lei ricambiò con una smorfia, mettendosi le mani sui fianchi minuti.
  « Guarda che me ne ricorderò di come sei quasi scoppiato a piangere, omuncolo delle foreste » disse lei, scuotendo la testa ricciuta.
  Didi ridacchiò, per poi riprendere un’aria seria e fare la fatidica domanda che gli gravava sul cuore.
  « Come sta Yan? ».
  Anne girò il capo verso il mare, stringendosi un po’ nelle spalle per un inaspettato brivido.
  Come stava il capitano? Distrutto.
  Non essere riuscito a proteggere la sorella, a impedire che la portassero via, l’aveva prima fatto arrabbiare tanto che aveva demolito metà della sua cabina, urlando maledizioni ai quattro venti; dopo era arrivato il dolore, deleterio come solo quel sentimento poteva essere. Yan aveva quasi smesso di mangiare e di dormire. Aveva ordinato di trovare le navi che li avevano attaccati ma, a causa di un tifone, ne avevano perse le tracce e da allora il capitano si era chiuso nei suoi appartamenti, ignorando tutto e tutti.
  Lei aveva dovuto lottare per farsi ascoltare e in parte ci era riuscita. Ma solo in parte, perché Yan, a differenza di Didi, non sembrava avere la forza di combattere. Avevano urlato come ossessi, lei gli aveva rinfacciato cose che nemmeno pensava, ma lui si era ostinato a non sentirla. E alla fine lui aveva deciso per conto suo, senza voler udire altro.
  « Domani darà come rotta Sarge City » rispose, voltandosi a fissarlo con tristezza.
  « Sarge City? » ripeté Didi senza capire.
  « E’ la base a cui dovrebbero appartenere le navi che hanno preso Bonnie » spiegò la ragazza, tornando a fissare il mare. « Vuole che l’attacchiamo ».
  Il ragazzo la guardò senza comprendere il perché di quel tono malinconico. Le si avvicinò un po’, senza però toccarla.
  « C’è qualcosa che non va? ».
  Lei tacque, soppesando quella domanda e cercando la risposta mentre un leggero vento si alzò e le scompiglio i capelli. In alto, sentì la bandiera col Jolly Roger sbattuta dal vento e per un attimo assaporò quel suono nella sua mente: le ricordava quando aveva conosciuto il ragazzo che sarebbe poi stato il suo capitano, la prima volta che era salita sulla Mermaids’ Melody, le giornate che passava su di essa con quella che era diventata la sua vera famiglia.
  Eppure, ora, tutto si era sgretolato; quel caldo ambiente era diventato gelido, i componenti della ciurma si muovevano sul galeone come fantasmi in pena, Bonnie era stata catturata e Yan si era chiuso in se stesso, era cambiato dal giorno alla notte, odiando la Marina in un modo che mai aveva visto e lasciando che quel rancore gli scorresse come veleno nelle vene, rendendolo freddo e scostante. Quello non andava.
  « Sai che non è da Yan prendere certe decisioni » mormorò, lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi con stanchezza. « Ma farò qualsiasi cosa per aiutarlo e per trovare Bonnie ».
  Nella sua voce c’era decisione, ma anche una profonda amarezza, che Didi sentì bene e, malgrado, condivise.
  Yan non era un pirata come altri e quelli che erano imbarcati sulla Mermaids’ Melody l’avevano seguito proprio per questo. Lui era diverso, forse per il nome che portava o semplicemente per sua natura, ma ora gli eventi che gravano su di lui rischiavano di farlo cambiare, di far cambiare tutti e renderli sporchi alla stregua di gran parte della filibusta della Rotta Maggiore. Anne era pronta ad affrontare ciò che li aspettava e Rudy non si sarebbe tirato indietro, avrebbe seguito il suo capitano in capo al mondo.
  Sperava solo che tutto si risolvesse presto e nel migliore dei modi.

To be continued?