




Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda,
agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui
unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito
dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta
ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti
molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come
egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».
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æ Capitolo VI æ
Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.
ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.
Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)
- VI -
[La ninfa del mare]
Il cielo notturno era terso e le stelle,
insieme alla loro inseparabile compagna luna, ridotta a un sottile sorriso,
si riflettevano sul mare accarezzato da un fresco vento serale. Il profilo
di Tsuri Island era un ammasso di chiome d’alberi che si stagliava
buio e tranquillo contro l’orizzonte più chiaro; niente, in
quell’oscurità, lasciava intendere cosa fosse successo sui
suoi lidi.
« Che ne facciamo di tutti quei corpi? » domandò
Sanji mentre osservava la costa addossato al parapetto della nave, il volto
appena rischiarato dal bagliore rossiccio della sigaretta. Tutto l’equipaggio
- meno Nami, ancora in compagnia di Mizu - era riunito a poppa, nessuno
con la minima voglia di dormire.
« Se li abbandonassimo così potrebbero dare origine
a qualche epidemia » rispose atono Chopper, seduto con la schiena
contro la balaustra della nave, il cappello a coprirgli parte del musino.
« Sarebbe vergognoso lasciarli marcire in quel modo: hanno
combattuto fino all’ultimo per proteggere il proprio villaggio »
continuò Usop, a cavalcioni sul cannone, con le braccia incrociate
e lo sguardo vago rivolto al ponte.
Il silenzio ristagnò nell’aria mentre placide onde
lambivano con movimenti lenti le fiancate della Going Merry. Ognuno si ritirò
a pensare nella propria mente a ciò che era cominciato solo il giorno
prima con il ritrovamento del corpo, in apparenza morto, di Mizu; c’era
stata preoccupazione e agitazione generale a bordo della caravella, ma Sanji
si era tuffato in acqua senza mezzi termini, raggiungendo con ampie bracciate
la donna e constatandone i segni vitali.
Successivamente, dalla visita di Chopper, che aveva garantito
la pronta guarigione della naufraga, ogni cosa sulla caravella era tornata
normale, compresi i continui brontolii di Rufy a cui era stato negato di
avvicinarsi alla cucina dove era stata sistemata alla svelta l’inferma.
Tutto era filato liscio come l’olio, finché non
si era giunti alla fatidica scenata, come Nami l’aveva definita,
e a ciò che ne era seguito.
Usop aveva continuato a borbottare a mezza voce riguardo l’ingratitudine
della tizia appena scappata, guadagnandosi ogni volta, anche a svariati
metri di distanza, pedate da parte del cuoco che, a differenza di lui, sospirava
senza remora nuvolette cuoriformi chiedendosi come si chiamasse quella dolce
ninfa marina, mentre Chopper, a sua volta, continuava a pensare in che condizioni
fosse la stessa. Contrariamente ai tre, Zoro si era fatto più taciturno
del dovuto e, seduto quasi sempre sul ponte di prua, non aveva quasi mai
scollato gli occhi dalle due spade rimastegli, come se avesse avuto paura
di perdere anche quelle, sebbene l’espressione sul suo viso lasciasse
intendere solo una collera forzatamente repressa. Nami, Robin e Rufy, che
fino al pestaggio di quella mattina aveva del tutto ignorato gli avvenimenti,
se ne erano rimasti apparentemente tranquilli, dediti a controllare vele,
timone e rotta per raggiungere quanto prima l’isola con cui, sempre
secondo quanto riferito dalla cartografa, volenti o nolenti si
sarebbero imbattuti lo stesso sulla rotta seguita dal Logpose.
Solo che nessuno, anche dopo le congetture fatte per seguire
la donna, era preparato alla sgradevole sorpresa che si era presentata loro
raggiunta Tsuri Island e tutto ad opera di un pirata che, senza
neanche essere stato visto in faccia, era già sulla lista nera di
ognuno.
Robin, con un gesto delicato e impercettibile, si ravviò
una ciocca di capelli prima di voltarsi verso Rufy, steso a terra a mo’
di stella marina mentre faceva vagare lo sguardo sul firmamento, senza realmente
vederlo, il fedele capello di paglia appoggiato sul petto.
« Cosa facciamo, capitano? ».
L’archeologa diede finalmente voce alla domanda che tutti
stavano rimuginando in quel silenzio notturno. Più che di una risposta,
però, ognuno voleva una conferma ufficiale. L’interessato non
distolse lo sguardo, né diede segno di aver sentito o preso in esame
la questione: se ne rimase semplicemente lì e nessuno disse niente.
Quasi sfuggevole, il rumore di tacchi che battevano ritmicamente
sul ponte di legno giunse alle orecchie di ognuno poco dopo, subito seguito
dal profilo di Nami, rischiarato dalla luce lunare. La ciurma volse la propria
attenzione su di lei che aveva lo sguardo basso e si massaggiava i polsi
con fare nervoso.
« Che rotta dobbiamo seguire? » domandò Rufy
diretto, mantenendo lo sguardo puntato sulle stelle.
Lei lo fissò smettendola di torcersi le mani, per poi
voltare silenziosamente il viso verso il mare circostante e aspirare a pieni
polmoni l’aria frasca, come se stesse attendendo qualcosa.
« Il vento ci è sempre stato favorevole da Sud-Est
» iniziò, osservando la direzione da cui erano arrivati qualche
ora prima. Roteò lo sguardo verso Nord-Ovest, la mani strette ai
fianchi. « Hanno sicuramente lasciato l’isola dopo che noi abbiamo
trovato Mizu… » mormorò tra sé, osservando di
sottecchi il Logpose che aveva già effettuato la registrazione del
magnetismo: non indicava più Tsuri Island, ma l’orizzonte Nord.
« A meno che non seguano un Eternalpose, dovrebbero essere diretti
verso la prossima isola… ma sono solo supposizioni » concluse
infastidita, senza staccare gli occhi dal mare.
Rufy non disse niente. Si tolse il cappello dal petto, rimettendosi
a sedere, e se lo calò di nuovo sulla testa.
« Supposizioni o meno, li raggiungeremo » sentenziò,
ricevendo il silenzioso consenso di tutti. Si alzò e si diresse verso
il parapetto, osservando l’orizzonte da cui di lì a qualche
ora sarebbe sorta l’alba.
« Ho una gran voglia di conciarlo per le feste ».
***
Timidi raggi tagliavano la penombra della
stanza attraverso l’oblò della porta e il rumore di qualcosa
che friggeva, insieme ad un intenso odore di cibo, la destò del tutto
da quel suo lungo dormiveglia. Sbatté un paio di volte le palpebre,
ritrovando l’ormai famigliare soffitto ad accoglierla.
« Ben svegliata » la salutò qualcuno e lei
volse lo sguardo verso sinistra. In piedi davanti ai fornelli, con un grembiule
a fasciargli la parte anteriore del corpo, stava Sanji, che sorrideva nella
sua direzione. « Spero di non averti disturbata » si scusò.
Mizu fece cenno di no e lui gli rispose ammiccando, tornando
poi alla colazione. Il profumino, ammise, era invitante, specialmente per
il suo povero stomaco rimasto a digiuno per due interi giorni. Sospirò,
chiedendosi cosa dovesse aspettarsi da quei pirati che le avevano dimostrato
di essere tutto fuorché dei libidinosi barbari assassini.
Appoggiando i gomiti sul materasso e facendo leva su di essi,
iniziò ad alzarsi, azione abbastanza dolorosa, tanto che Sanji, accortosene,
mollò subito pentole e padelle e le fu accanto.
« Non devi sforzarti » le disse preoccupato, non
sapendo come aiutarla: non intendeva farle qualcosa che non volesse, anche
solo toccarla. Lei, al contrario, lo tacitò scrollando i capelli
scuri con un gesto di diniego del capo, riuscendo finalmente a sedersi,
la ferita che bruciava un poco e i muscoli tesi.
« Va meglio » lo tranquillizzò. Il cuoco
non parve esserne convinto, così lei gli sorrise rassicurante, accennando
ai fornelli. « Cosa stai cucinando? » domandò cercando
un po’ di dialogo con quello che le avevano detto essere il suo salvatore.
Lui sospirò, celando l’apprensione e rimettendosi in
piedi.
« Uova e pancetta per cominciare, che ne dici? »
sorrise.
Lei annuì col viso ancora molto pallido, sistemandosi
con la schiena contro il muro così da stare più comoda.
« Ai suoi ordini » schioccò le dita il cuoco,
inchinandosi e avviandosi verso il piano cottura, anche se prima di arrivarci
fu praticamente scaraventato a terra da un proiettile umano che, scardinata
la porta, gli finì a sedere sullo stomaco.
« Hai detto uova e pancetta? ».
Ma per risposta, Rufy ottenne solo un pestaggio completo che
lo lasciò informe sul pavimento, mentre Sanji, inveendo a bassa voce
contro il suo stupido capitano, tornava alla colazione.
« Ma cos’ho fatto…? » mugolò
tristemente il ragazzo di gomma osservando la schiena del cuoco, quando
si fu messo a sedere. In quel momento si accorse che Mizu lo stava fissando
e si volse allegro verso di lei. « Sei sveglia! Come stai? »
rise contento.
« Meglio » gli sorrise di rimando, scrutandolo per
la prima volta attentamente; aveva una strana sensazione addosso a guardare
il giovane viso del brunetto, ma fu riportata presto alla realtà
dal biondo.
« Vedi di non darle noie » avvertì il cuoco,
mentre spostava il contenuto delle padelle in otto piatti. L’attenzione
del capitano fu attirata immediatamente da essi e Sanji lo minacciò
con uno dei suoi mestoli. « Toccali e ti butto in mare ».
Rufy fece una faccia sconsolata, mentre iniziavano ad arrivare
anche gli altri membri della ciurma, tutti allegri e pimpanti, con un’evidente
fame da lupi da soddisfare.
« Finalmente si mangia! » esclamò Usop, fiondandosi
a sedere seguito da Chopper e Rufy che urlarono all’unisono «
Cibo! ».
« Prima le signore! » abbaiò il biondo, per
poi invitare sia Robin che Nami a sedersi. Quest’ultima però
prese due piatti, fece l’occhiolino a Sanji, che le si sciolse dietro,
e si diresse al letto di Mizu augurandole il buongiorno.
« Posso sedermi? » le chiese, accennando al materasso
libero di fianco a lei.
La donna annuì e prese il piatto che la rossa le stava
offrendo, poggiandolo sulle ginocchia coperte dal lenzuolo.
Intanto al tavolo della cucina era scoppiata la solita rissa
mattutina: Rufy aveva spazzolato il suo piatto senza che gli altri potessero
avere neanche il tempo di cominciare; ciò gli diede il diritto –
secondo lui – di iniziare a servirsi il secondo giro, ma il cuoco,
che aveva appena finito di versare il caffè all’archeologa,
gli tolse la padella di mano, allontanandolo ulteriormente con una scarpa
piantata in faccia mentre gli urlava contro.
« Non provare ad ingozzarti come al solito tuo! ».
« Ma ho fame! » strepitò l’altro.
« Mangia più lentamente, la prossima volta! ».
La discussione e i battibecchi continuarono, ma Nami non vi
prestò attenzione, abituata com’era, e si rivolse alla loro
ospite; la sua espressione mutò.
« Dovresti mangiare » le consigliò, vedendola
spizzicare appena ciò che aveva nel piatto.
Era buffo, si disse Mizu, osservando le uova e la pancetta:
fino a qualche minuto prima il suo stomaco reclamava cibo e ora che ce l’aveva
davanti sentiva di non riuscire a mandare giù più di mezzo
boccone. Ma l’angoscia l’aveva di nuovo bloccata e improvvisamente
le parve che tutto il tumulto che aveva intorno si fosse quietato: l’immagine
di Matt in lacrime indebolì ancora di più il suo animo e gli
occhi le pizzicarono. Perché si sentiva così arrendevole?
Ma poi un terribile pensiero le attraversò la mente facendola
fremere e rispondendo a quella domanda: sapeva di cos’era capace Oushiza,
l’aveva provato sulla sua pelle.
« Mizu? ».
Nami le appoggiò la mano sul braccio e lei si voltò,
incrociando i caldi occhi nocciola che in silenzio le chiesero come stesse.
Lei non fece niente per nascondere l’ansia e la paura, ma cambiò
discorso.
« Avete detto di essere pirati » cominciò,
tagliuzzando il bianco dell’uovo senza però portarselo alle
labbra. « E’ tanto che viaggiate? ».
« Più di due anni ormai » rispose Nami continuando
a fissarla. Sospirò, lasciando perdere ogni intenzione: costringerla
a dirle come si sentisse non era la cosa migliore da fare in quel momento.
« Siamo piuttosto famosi comunque » proseguì, dando un’occhiata
scherzosa ai suoi compagni che si stavano azzuffando alla grande per le
ultime briciole. « Mai sentito parlare dei pirati di Cappello di Paglia?
».
Mizu la fissò incredula qualche attimo, per poi voltare
lo sguardo verso Rufy, che stava litigando un pezzo di bacon
con Chopper.
« Allora… lui è Monkey D. Rufy? » domandò.
« Esattamente. Lo conosci? » le chiese di rimando
la rossa, notando la sua espressione seria e pensosa.
« Me ne hanno parlato… » rispose evasiva questa,
cacciandosi a forza un boccone in bocca, ma continuando a rimuginare tra
sé e trattenendo la sorpresa per quella notizia imprevista: ora sapeva
perché aveva quella strana sensazione a fissare il viso gioviale
di Rufy. “Sono passati così tanti anni…”
pensò, ricordandosi di come avesse conosciuto quel nome quando ancora
non era noto a nessuno. “Mi ero quasi dimenticata che avrei potuto
incontrarlo…”. Rivolse di nuovo la sua attenzione verso
il ragazzo e un mezzo sorriso velato di tristezza le spuntò sulle
labbra: erano passati anni da quell’ultimo giorno che aveva passato
con lei.
Nami, nel frattempo, aveva osservato ogni suo movimento, senza
però accennare niente.
« Posso offrirvi del tè? » domandò
una voce che riportò entrambe al presente. Sanji era davanti a loro
e portava un vassoio con due tazze fumanti in equilibrio su una mano insieme
alla solita espressione ebete e adoratrice.
« Grazie » accettò Mizu, sapendo che almeno
quello sarebbe riuscito a mandarlo giù. Non fece però in tempo
ad assaggiarlo, che si ritrovò a fissare un paio di penetranti occhi
scuri. Si irrigidì ricambiando lo sguardo dello spadaccino.
Zoro si era trascinato via dai battibecchi e dalla colazione,
sistemando una sedia davanti al letto e sedendocisi a cavalcioni con le
braccia incrociate sullo schienale.
« Spiegami come hai fatto a sparire dopo che mi hai rubato
la spada » esordì senza preamboli, incurante dell’occhiataccia
che Nami gli rivolse.
La donna rimase un attimo interdetta, come se stesse cercando
di fare mente locale su quanto le era stato chiesto. Contemporaneamente,
nella stanza parve essere sceso un silenzio irreale – Rufy riuscì
ad aggiudicarsi l’ultimo pezzo di pancetta: tutti si erano voltati
verso di loro, ma Mizu non ci fece caso. Poi l’illuminazione.
« Ah… intendi quando mi sono buttata in acqua…
».
Lo spadaccino annuì, non cambiando espressione. La curiosità
si manifestò in breve con l’avvicinarsi dell’intero gruppo
al letto, come se stessero per ascoltare una storia fantastica. E non ci
andarono molto lontano. La donna si rigirò la tazza calda tra le
mani, perdendoci lo sguardo.
« Ho sfruttato le mie capacità… » iniziò,
senza guardarli e senza essere sicura che fosse quello l’esordio migliore.
Era una cosa un po’ complicata e di solito non andava a raccontarla
ai quattro venti: era una sorta di segreto, ma quando guardò nuovamente
in faccia Rufy si convinse.
« Capacità? » fece eco Usop interrogativo.
Mizu decise di cominciare dal principio, così prese un bel respiro:
« A contatto con l’acqua, il mio corpo può
mutare e rendersi più affine ad essa » cominciò a spiegare
ma fu subito interrotta dalle domande che non tardarono a giungere dagli
ascoltatori increduli.
« Cioè diventi una specie di pesce? » domandò
ammirato il cecchino, guadagnandosi però un colpo in testa dal cuoco.
« Ahi! Ma che ho detto? » gli chiese offeso, le mani sulla parte
lesa.
« Ti pare che una così leggiadra fanciulla si possa
trasformare in uno stupido pesce? Sicuramente in una bellissima sirena!
» cinguettò con gli occhi a cuore nella direzione dell’ospite.
Questa fece un cenno di diniego col capo. « Nessuno dei
due, a dire il vero. Semplicemente… - cercò le parole adatte
– acquisisco caratteristiche come le mani palmate o le squame…
». Le facce di alcuni – Rufy, Usop e Chopper – diedero
mostra della loro completa incredulità con le bocche spalancate e
gli occhi fuori dalle orbite, immaginandosi collettivamente un pesce. «
Vedrò di mostrarvelo quando starò bene » aggiunse, abbozzando
un sorriso incerto verso tutto quell’interessamento.
« Ma questa “capacità”, come l’hai
ottenuta? » domandò Nami pensierosa, lo sguardo sottile e all’erta.
« Sembra simile a quella degli uomini-pesce… » mormorò
poi, rivolta più a se stessa.
Mizu, che però non si accorse di quella reazione, scosse
la testa. « Non ha niente a che vedere con quelli. Gli uomini-pesce
sono creature del mare che invidiano la vita sulla terra e che per questa
si sono, in un certo senso, evoluti. Hanno mantenuto l’abilità
di respirare sottacqua e muoversi tranquillamente in essa, ma per il resto
non hanno più niente a che vedere con gli altri esseri degli abissi
» chiarì con serietà, come se avesse a cuore quella
distinzione: c’era una specie di punta di disprezzo nelle sue parole.
« Allora, tu, cosa…? » continuò la
navigatrice, ora con semplice curiosità e malcelato sollievo.
« Un tempo ci chiamavano “I Figli del Mare”…
» le rispose con amarezza la donna, scostandosi una ciocca di capelli
dal viso.
« I Figli del Mare hai detto? ».
A parlare fu Robin, rimasta in disparte al tavolo fino a quel
momento. Tutti si voltarono a fissarla e Mizu annuì nella sua direzione.
La mora stirò le labbra in un sorriso che espresse l’inaspettato
stupore.
« Pensavo si fossero estinti » disse con una sorta
di divertimento nella voce: sembrava contenta per qualcosa.
« In che senso? » domandò Usop, non raccapezzandoci
più.
« Vediamo » iniziò l’archeologa, una
mano a sorreggerle il mento. « Per qualcuno ancora oggi è una
leggenda ». Il volto le si distese in una maliziosa espressione misteriosa.
« In realtà è uno dei tanti fatti andati perduti con
la “Storia Inenarrabile” ».
A quelle parole non pochi rimasero a bocca aperta, gli occhi
scintillanti per l’eccitazione, mentre Mizu si fece solo più
attenta: erano anni che non riascoltava quella storia, e ora aveva anche
l’occasione di sentirla per bocca di una persona normale.
Robin continuò:
« Furono denominati Figli del Mare perché uno dei
loro genitori era o un tritone o una sirena, dico bene? ».
« Sì, » affermò la donna « mia
madre era una sirena ».
Un coro di “oooh” si alzò un po’ ovunque,
insieme alle moine del cuoco.
« Ma le sirene non sono per metà umane? »
domandò Chopper, guardando prima la compagnia e poi l’altra
donna.
« No. Anche se in parte il loro aspetto è quello
di un essere umano, in realtà sono creature del mare in tutto »
spiegò seria Mizu, per poi lasciar continuare la mora.
« Al loro tempo, questi Figli del Mare erano pellegrini
accolti ovunque come “Saggi Portatori della Sapienza Marina”:
a chi li ospitava erano soliti raccontare leggende e avventure, anche se
raramente queste avevano fondi di verità » rise a fior di labbra,
ma l’ospite non si scompose. « Tutto questo finì quando
uno di questi Saggi raccontò un duro aneddoto sui pescatori che un
tempo tentarono di catturare le sirene per mangiarne la carne: si diceva,
infatti, che questa potesse donare l’immortalità ».
« Dici sul serio? » trasecolò Rufy, gli occhi
che scintillavano, come il medico al suo fianco. Ma la loro meraviglia fu
stroncata dalle rabbiose parole di Mizu:
« Uccidere una creatura del mare come una sirena è
un atto ripugnante » mormorò dura, osservando il tè
ormai freddo. « Ma ucciderla per mangiarne la carne è semplicemente
imperdonabile. Si diventa solo dei mostri ».
« Purtroppo quei pescatori non la pensarono allo stesso
modo » continuò Robin, dopo averle lanciato una lunga occhiata
nel breve silenzio che era sceso. « Iniziarono a far girare questa
diceria sull’immortalità… In definitiva, le “Figlie
del Mare” furono cacciate perché avevano la capacità
di trasformarsi in acqua e venivano a loro volta ritenute sirene, mentre
i “Figli” tentarono in tutti i modi di fermare queste barbarie,
senza molto successo. Per il resto, so solo che molti vennero uccisi, altri
riuscirono a nascondersi, e che da quel momento raramente sia tritoni che
sirene scelsero compagni umani per le proprie creature » concluse
con un sospiro profondo, come a rassegnarsi all’idea che l’umanità
è stupida. Poi, però, tornò a focalizzare il proprio
interesse sulla donna. « Sinceramente, credevo che di persone come
te non ne esistessero più ».
Mizu sorrise. « Siamo pochi, molto pochi, come chi è
degno di conoscere i segreti del mare ». Per un attimo il suo sguardo
vagò per poi incrociare quello dubbioso di Rufy, ma lei lo distolse
subito.
Nami, alla sua destra, sospirò soddisfatta, stirando
le braccia in alto.
« E così abbiamo risolto questo bel mistero »
disse occhieggiando Zoro, ancora seduto davanti a loro, che per tutta risposta
sbadigliò.
« Io voglio vederla trasformarsi in pesce! » esclamò
il ragazzo di gomma, alzando la mano e ricevendo subito un pugno ben assestato
da Nami e un calcio da Sanji, con una coppia di « Idiota! »
a seguire.
« Per il momento deve solo riposare » dichiarò
Chopper, avvicinandosi al letto.
Il volto di Mizu si scurì improvvisamente e senza accorgersene
strinse la presa sulla tazza di tè. Il suo pensiero, dopo quella
lunga digressione, era subito volato a Matt e la sua preoccupazione, diventata
quasi un tutt’uno con lei, riprese a crescere.
« Io… vi devo ringraziare, vi state prendendo cura
di me… ». La sua voce era decisa, sebbene gli occhi sembrassero
lasciar trapelare solo un’infinita paura. « Ma devo assolutamente
trovare Matt, non posso aspettare ancora… Oushiza… » ma
a quel nome qualcosa parve incrinarsi e lei abbassò il capo, lasciando
che i capelli le coprissero il viso tirato dalle tremende sensazioni che
stava riprovando. Senza che riuscisse a impedirlo, lente lacrime le solcarono
ancora una volta le guance e lei se le asciugò col dorso della mano,
prima che diventassero troppo evidenti.
« Smettila di piangere » mormorò Rufy, sistemandosi
meglio il fedele cappello e fissandola con intensità, gli angoli
della bocca incurvati in un’espressione rassicurante. Tutta la ciurma
socchiuse gli occhi e sorrise tra sé in quel silenzio teso che sapeva
di sfida e vittoria al contempo. « Ho intenzione di fare quattro chiacchiere
con questo Toro ».
Mizu lo guardò con i suoi lapislazzuli spalancati, una
raffica di ricordi e pensieri ad affollarle la mente, stralci di conversazioni
ormai lontane che le risuonarono nella testa. Accennò un sì
col capo, non riuscendo a staccargli lo sguardo di dosso nemmeno quando
lui si alzò, come gli altri, pronto a prendere il largo.
“Dicevi il contrario” ricordò tra sé la donna con una fievole nota di divertimento quando fu sola, abbassando il capo e osservando la superficie tremula del tè, dove vi vide un viso sogghignate e dolce. “Ma è uguale a te…”.
To be continued?