Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda, agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».

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La fanfiction "Heavenly Eve - The real epoch of pirates" è stata realizzata dalla sottoscritta, Eneri, per tanto ne è vietata la scopiazzatura.

 

æ Capitolo VI æ

Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.

ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.

 

Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)

- VI -

[La ninfa del mare]

Il cielo notturno era terso e le stelle, insieme alla loro inseparabile compagna luna, ridotta a un sottile sorriso, si riflettevano sul mare accarezzato da un fresco vento serale. Il profilo di Tsuri Island era un ammasso di chiome d’alberi che si stagliava buio e tranquillo contro l’orizzonte più chiaro; niente, in quell’oscurità, lasciava intendere cosa fosse successo sui suoi lidi.
  « Che ne facciamo di tutti quei corpi? » domandò Sanji mentre osservava la costa addossato al parapetto della nave, il volto appena rischiarato dal bagliore rossiccio della sigaretta. Tutto l’equipaggio - meno Nami, ancora in compagnia di Mizu - era riunito a poppa, nessuno con la minima voglia di dormire.
  « Se li abbandonassimo così potrebbero dare origine a qualche epidemia » rispose atono Chopper, seduto con la schiena contro la balaustra della nave, il cappello a coprirgli parte del musino.
  « Sarebbe vergognoso lasciarli marcire in quel modo: hanno combattuto fino all’ultimo per proteggere il proprio villaggio » continuò Usop, a cavalcioni sul cannone, con le braccia incrociate e lo sguardo vago rivolto al ponte.
  Il silenzio ristagnò nell’aria mentre placide onde lambivano con movimenti lenti le fiancate della Going Merry. Ognuno si ritirò a pensare nella propria mente a ciò che era cominciato solo il giorno prima con il ritrovamento del corpo, in apparenza morto, di Mizu; c’era stata preoccupazione e agitazione generale a bordo della caravella, ma Sanji si era tuffato in acqua senza mezzi termini, raggiungendo con ampie bracciate la donna e constatandone i segni vitali.
  Successivamente, dalla visita di Chopper, che aveva garantito la pronta guarigione della naufraga, ogni cosa sulla caravella era tornata normale, compresi i continui brontolii di Rufy a cui era stato negato di avvicinarsi alla cucina dove era stata sistemata alla svelta l’inferma.
  Tutto era filato liscio come l’olio, finché non si era giunti alla fatidica scenata, come Nami l’aveva definita, e a ciò che ne era seguito.
  Usop aveva continuato a borbottare a mezza voce riguardo l’ingratitudine della tizia appena scappata, guadagnandosi ogni volta, anche a svariati metri di distanza, pedate da parte del cuoco che, a differenza di lui, sospirava senza remora nuvolette cuoriformi chiedendosi come si chiamasse quella dolce ninfa marina, mentre Chopper, a sua volta, continuava a pensare in che condizioni fosse la stessa. Contrariamente ai tre, Zoro si era fatto più taciturno del dovuto e, seduto quasi sempre sul ponte di prua, non aveva quasi mai scollato gli occhi dalle due spade rimastegli, come se avesse avuto paura di perdere anche quelle, sebbene l’espressione sul suo viso lasciasse intendere solo una collera forzatamente repressa. Nami, Robin e Rufy, che fino al pestaggio di quella mattina aveva del tutto ignorato gli avvenimenti, se ne erano rimasti apparentemente tranquilli, dediti a controllare vele, timone e rotta per raggiungere quanto prima l’isola con cui, sempre secondo quanto riferito dalla cartografa, volenti o nolenti si sarebbero imbattuti lo stesso sulla rotta seguita dal Logpose.
  Solo che nessuno, anche dopo le congetture fatte per seguire la donna, era preparato alla sgradevole sorpresa che si era presentata loro raggiunta Tsuri Island e tutto ad opera di un pirata che, senza neanche essere stato visto in faccia, era già sulla lista nera di ognuno.
  Robin, con un gesto delicato e impercettibile, si ravviò una ciocca di capelli prima di voltarsi verso Rufy, steso a terra a mo’ di stella marina mentre faceva vagare lo sguardo sul firmamento, senza realmente vederlo, il fedele capello di paglia appoggiato sul petto.
  « Cosa facciamo, capitano? ».
  L’archeologa diede finalmente voce alla domanda che tutti stavano rimuginando in quel silenzio notturno. Più che di una risposta, però, ognuno voleva una conferma ufficiale. L’interessato non distolse lo sguardo, né diede segno di aver sentito o preso in esame la questione: se ne rimase semplicemente lì e nessuno disse niente.
  Quasi sfuggevole, il rumore di tacchi che battevano ritmicamente sul ponte di legno giunse alle orecchie di ognuno poco dopo, subito seguito dal profilo di Nami, rischiarato dalla luce lunare. La ciurma volse la propria attenzione su di lei che aveva lo sguardo basso e si massaggiava i polsi con fare nervoso.
  « Che rotta dobbiamo seguire? » domandò Rufy diretto, mantenendo lo sguardo puntato sulle stelle.
  Lei lo fissò smettendola di torcersi le mani, per poi voltare silenziosamente il viso verso il mare circostante e aspirare a pieni polmoni l’aria frasca, come se stesse attendendo qualcosa.
  « Il vento ci è sempre stato favorevole da Sud-Est » iniziò, osservando la direzione da cui erano arrivati qualche ora prima. Roteò lo sguardo verso Nord-Ovest, la mani strette ai fianchi. « Hanno sicuramente lasciato l’isola dopo che noi abbiamo trovato Mizu… » mormorò tra sé, osservando di sottecchi il Logpose che aveva già effettuato la registrazione del magnetismo: non indicava più Tsuri Island, ma l’orizzonte Nord. « A meno che non seguano un Eternalpose, dovrebbero essere diretti verso la prossima isola… ma sono solo supposizioni » concluse infastidita, senza staccare gli occhi dal mare.
  Rufy non disse niente. Si tolse il cappello dal petto, rimettendosi a sedere, e se lo calò di nuovo sulla testa.
  « Supposizioni o meno, li raggiungeremo » sentenziò, ricevendo il silenzioso consenso di tutti. Si alzò e si diresse verso il parapetto, osservando l’orizzonte da cui di lì a qualche ora sarebbe sorta l’alba.
  « Ho una gran voglia di conciarlo per le feste ».

***

Timidi raggi tagliavano la penombra della stanza attraverso l’oblò della porta e il rumore di qualcosa che friggeva, insieme ad un intenso odore di cibo, la destò del tutto da quel suo lungo dormiveglia. Sbatté un paio di volte le palpebre, ritrovando l’ormai famigliare soffitto ad accoglierla.
  « Ben svegliata » la salutò qualcuno e lei volse lo sguardo verso sinistra. In piedi davanti ai fornelli, con un grembiule a fasciargli la parte anteriore del corpo, stava Sanji, che sorrideva nella sua direzione. « Spero di non averti disturbata » si scusò.
  Mizu fece cenno di no e lui gli rispose ammiccando, tornando poi alla colazione. Il profumino, ammise, era invitante, specialmente per il suo povero stomaco rimasto a digiuno per due interi giorni. Sospirò, chiedendosi cosa dovesse aspettarsi da quei pirati che le avevano dimostrato di essere tutto fuorché dei libidinosi barbari assassini.
  Appoggiando i gomiti sul materasso e facendo leva su di essi, iniziò ad alzarsi, azione abbastanza dolorosa, tanto che Sanji, accortosene, mollò subito pentole e padelle e le fu accanto.
  « Non devi sforzarti » le disse preoccupato, non sapendo come aiutarla: non intendeva farle qualcosa che non volesse, anche solo toccarla. Lei, al contrario, lo tacitò scrollando i capelli scuri con un gesto di diniego del capo, riuscendo finalmente a sedersi, la ferita che bruciava un poco e i muscoli tesi.
  « Va meglio » lo tranquillizzò. Il cuoco non parve esserne convinto, così lei gli sorrise rassicurante, accennando ai fornelli. « Cosa stai cucinando? » domandò cercando un po’ di dialogo con quello che le avevano detto essere il suo salvatore.
 Lui sospirò, celando l’apprensione e rimettendosi in piedi.
  « Uova e pancetta per cominciare, che ne dici? » sorrise.
  Lei annuì col viso ancora molto pallido, sistemandosi con la schiena contro il muro così da stare più comoda.
  « Ai suoi ordini » schioccò le dita il cuoco, inchinandosi e avviandosi verso il piano cottura, anche se prima di arrivarci fu praticamente scaraventato a terra da un proiettile umano che, scardinata la porta, gli finì a sedere sullo stomaco.
  « Hai detto uova e pancetta? ».
  Ma per risposta, Rufy ottenne solo un pestaggio completo che lo lasciò informe sul pavimento, mentre Sanji, inveendo a bassa voce contro il suo stupido capitano, tornava alla colazione.
  « Ma cos’ho fatto…? » mugolò tristemente il ragazzo di gomma osservando la schiena del cuoco, quando si fu messo a sedere. In quel momento si accorse che Mizu lo stava fissando e si volse allegro verso di lei. « Sei sveglia! Come stai? » rise contento.
  « Meglio » gli sorrise di rimando, scrutandolo per la prima volta attentamente; aveva una strana sensazione addosso a guardare il giovane viso del brunetto, ma fu riportata presto alla realtà dal biondo.
  « Vedi di non darle noie » avvertì il cuoco, mentre spostava il contenuto delle padelle in otto piatti. L’attenzione del capitano fu attirata immediatamente da essi e Sanji lo minacciò con uno dei suoi mestoli. « Toccali e ti butto in mare ».
  Rufy fece una faccia sconsolata, mentre iniziavano ad arrivare anche gli altri membri della ciurma, tutti allegri e pimpanti, con un’evidente fame da lupi da soddisfare.
  « Finalmente si mangia! » esclamò Usop, fiondandosi a sedere seguito da Chopper e Rufy che urlarono all’unisono « Cibo! ».
  « Prima le signore! » abbaiò il biondo, per poi invitare sia Robin che Nami a sedersi. Quest’ultima però prese due piatti, fece l’occhiolino a Sanji, che le si sciolse dietro, e si diresse al letto di Mizu augurandole il buongiorno.
  « Posso sedermi? » le chiese, accennando al materasso libero di fianco a lei.
  La donna annuì e prese il piatto che la rossa le stava offrendo, poggiandolo sulle ginocchia coperte dal lenzuolo.
  Intanto al tavolo della cucina era scoppiata la solita rissa mattutina: Rufy aveva spazzolato il suo piatto senza che gli altri potessero avere neanche il tempo di cominciare; ciò gli diede il diritto – secondo lui – di iniziare a servirsi il secondo giro, ma il cuoco, che aveva appena finito di versare il caffè all’archeologa, gli tolse la padella di mano, allontanandolo ulteriormente con una scarpa piantata in faccia mentre gli urlava contro.
  « Non provare ad ingozzarti come al solito tuo! ».
  « Ma ho fame! » strepitò l’altro.
  « Mangia più lentamente, la prossima volta! ».
  La discussione e i battibecchi continuarono, ma Nami non vi prestò attenzione, abituata com’era, e si rivolse alla loro ospite; la sua espressione mutò.
  « Dovresti mangiare » le consigliò, vedendola spizzicare appena ciò che aveva nel piatto.
  Era buffo, si disse Mizu, osservando le uova e la pancetta: fino a qualche minuto prima il suo stomaco reclamava cibo e ora che ce l’aveva davanti sentiva di non riuscire a mandare giù più di mezzo boccone. Ma l’angoscia l’aveva di nuovo bloccata e improvvisamente le parve che tutto il tumulto che aveva intorno si fosse quietato: l’immagine di Matt in lacrime indebolì ancora di più il suo animo e gli occhi le pizzicarono. Perché si sentiva così arrendevole?
  Ma poi un terribile pensiero le attraversò la mente facendola fremere e rispondendo a quella domanda: sapeva di cos’era capace Oushiza, l’aveva provato sulla sua pelle.
  « Mizu? ».
  Nami le appoggiò la mano sul braccio e lei si voltò, incrociando i caldi occhi nocciola che in silenzio le chiesero come stesse. Lei non fece niente per nascondere l’ansia e la paura, ma cambiò discorso.
  « Avete detto di essere pirati » cominciò, tagliuzzando il bianco dell’uovo senza però portarselo alle labbra. « E’ tanto che viaggiate? ».
  « Più di due anni ormai » rispose Nami continuando a fissarla. Sospirò, lasciando perdere ogni intenzione: costringerla a dirle come si sentisse non era la cosa migliore da fare in quel momento. « Siamo piuttosto famosi comunque » proseguì, dando un’occhiata scherzosa ai suoi compagni che si stavano azzuffando alla grande per le ultime briciole. « Mai sentito parlare dei pirati di Cappello di Paglia? ».
  Mizu la fissò incredula qualche attimo, per poi voltare lo sguardo verso   Rufy, che stava litigando un pezzo di bacon con Chopper.
  « Allora… lui è Monkey D. Rufy? » domandò.
  « Esattamente. Lo conosci? » le chiese di rimando la rossa, notando la sua espressione seria e pensosa.
  « Me ne hanno parlato… » rispose evasiva questa, cacciandosi a forza un boccone in bocca, ma continuando a rimuginare tra sé e trattenendo la sorpresa per quella notizia imprevista: ora sapeva perché aveva quella strana sensazione a fissare il viso gioviale di Rufy. “Sono passati così tanti anni…” pensò, ricordandosi di come avesse conosciuto quel nome quando ancora non era noto a nessuno. “Mi ero quasi dimenticata che avrei potuto incontrarlo…”. Rivolse di nuovo la sua attenzione verso il ragazzo e un mezzo sorriso velato di tristezza le spuntò sulle labbra: erano passati anni da quell’ultimo giorno che aveva passato con lei.
  Nami, nel frattempo, aveva osservato ogni suo movimento, senza però accennare niente.
  « Posso offrirvi del tè? » domandò una voce che riportò entrambe al presente. Sanji era davanti a loro e portava un vassoio con due tazze fumanti in equilibrio su una mano insieme alla solita espressione ebete e adoratrice.
  « Grazie » accettò Mizu, sapendo che almeno quello sarebbe riuscito a mandarlo giù. Non fece però in tempo ad assaggiarlo, che si ritrovò a fissare un paio di penetranti occhi scuri. Si irrigidì ricambiando lo sguardo dello spadaccino.
  Zoro si era trascinato via dai battibecchi e dalla colazione, sistemando una sedia davanti al letto e sedendocisi a cavalcioni con le braccia incrociate sullo schienale.
  « Spiegami come hai fatto a sparire dopo che mi hai rubato la spada » esordì senza preamboli, incurante dell’occhiataccia che Nami gli rivolse.
  La donna rimase un attimo interdetta, come se stesse cercando di fare mente locale su quanto le era stato chiesto. Contemporaneamente, nella stanza parve essere sceso un silenzio irreale – Rufy riuscì ad aggiudicarsi l’ultimo pezzo di pancetta: tutti si erano voltati verso di loro, ma Mizu non ci fece caso. Poi l’illuminazione.
  « Ah… intendi quando mi sono buttata in acqua… ».
  Lo spadaccino annuì, non cambiando espressione. La curiosità si manifestò in breve con l’avvicinarsi dell’intero gruppo al letto, come se stessero per ascoltare una storia fantastica. E non ci andarono molto lontano. La donna si rigirò la tazza calda tra le mani, perdendoci lo sguardo.
  « Ho sfruttato le mie capacità… » iniziò, senza guardarli e senza essere sicura che fosse quello l’esordio migliore. Era una cosa un po’ complicata e di solito non andava a raccontarla ai quattro venti: era una sorta di segreto, ma quando guardò nuovamente in faccia Rufy si convinse.
  « Capacità? » fece eco Usop interrogativo. Mizu decise di cominciare dal principio, così prese un bel respiro:
  « A contatto con l’acqua, il mio corpo può mutare e rendersi più affine ad essa » cominciò a spiegare ma fu subito interrotta dalle domande che non tardarono a giungere dagli ascoltatori increduli.
  « Cioè diventi una specie di pesce? » domandò ammirato il cecchino, guadagnandosi però un colpo in testa dal cuoco. « Ahi! Ma che ho detto? » gli chiese offeso, le mani sulla parte lesa.
  « Ti pare che una così leggiadra fanciulla si possa trasformare in uno stupido pesce? Sicuramente in una bellissima sirena! » cinguettò con gli occhi a cuore nella direzione dell’ospite.
  Questa fece un cenno di diniego col capo. « Nessuno dei due, a dire il vero. Semplicemente… - cercò le parole adatte – acquisisco caratteristiche come le mani palmate o le squame… ». Le facce di alcuni – Rufy, Usop e Chopper – diedero mostra della loro completa incredulità con le bocche spalancate e gli occhi fuori dalle orbite, immaginandosi collettivamente un pesce. « Vedrò di mostrarvelo quando starò bene » aggiunse, abbozzando un sorriso incerto verso tutto quell’interessamento.
  « Ma questa “capacità”, come l’hai ottenuta? » domandò Nami pensierosa, lo sguardo sottile e all’erta. « Sembra simile a quella degli uomini-pesce… » mormorò poi, rivolta più a se stessa.
  Mizu, che però non si accorse di quella reazione, scosse la testa. « Non ha niente a che vedere con quelli. Gli uomini-pesce sono creature del mare che invidiano la vita sulla terra e che per questa si sono, in un certo senso, evoluti. Hanno mantenuto l’abilità di respirare sottacqua e muoversi tranquillamente in essa, ma per il resto non hanno più niente a che vedere con gli altri esseri degli abissi » chiarì con serietà, come se avesse a cuore quella distinzione: c’era una specie di punta di disprezzo nelle sue parole.
  « Allora, tu, cosa…? » continuò la navigatrice, ora con semplice curiosità e malcelato sollievo.
  « Un tempo ci chiamavano “I Figli del Mare”… » le rispose con amarezza la donna, scostandosi una ciocca di capelli dal viso.
  « I Figli del Mare hai detto? ».
  A parlare fu Robin, rimasta in disparte al tavolo fino a quel momento. Tutti si voltarono a fissarla e Mizu annuì nella sua direzione. La mora stirò le labbra in un sorriso che espresse l’inaspettato stupore.
  « Pensavo si fossero estinti » disse con una sorta di divertimento nella voce: sembrava contenta per qualcosa.
  « In che senso? » domandò Usop, non raccapezzandoci più.
  « Vediamo » iniziò l’archeologa, una mano a sorreggerle il mento. « Per qualcuno ancora oggi è una leggenda ». Il volto le si distese in una maliziosa espressione misteriosa. « In realtà è uno dei tanti fatti andati perduti con la “Storia Inenarrabile” ».
  A quelle parole non pochi rimasero a bocca aperta, gli occhi scintillanti per l’eccitazione, mentre Mizu si fece solo più attenta: erano anni che non riascoltava quella storia, e ora aveva anche l’occasione di sentirla per bocca di una persona normale. Robin continuò:
  « Furono denominati Figli del Mare perché uno dei loro genitori era o un tritone o una sirena, dico bene? ».
  « Sì, » affermò la donna « mia madre era una sirena ».
  Un coro di “oooh” si alzò un po’ ovunque, insieme alle moine del cuoco.
  « Ma le sirene non sono per metà umane? » domandò Chopper, guardando prima la compagnia e poi l’altra donna.
  « No. Anche se in parte il loro aspetto è quello di un essere umano, in realtà sono creature del mare in tutto » spiegò seria Mizu, per poi lasciar continuare la mora.
  « Al loro tempo, questi Figli del Mare erano pellegrini accolti ovunque come “Saggi Portatori della Sapienza Marina”: a chi li ospitava erano soliti raccontare leggende e avventure, anche se raramente queste avevano fondi di verità » rise a fior di labbra, ma l’ospite non si scompose. « Tutto questo finì quando uno di questi Saggi raccontò un duro aneddoto sui pescatori che un tempo tentarono di catturare le sirene per mangiarne la carne: si diceva, infatti, che questa potesse donare l’immortalità ».
  « Dici sul serio? » trasecolò Rufy, gli occhi che scintillavano, come il medico al suo fianco. Ma la loro meraviglia fu stroncata dalle rabbiose parole di Mizu:
  « Uccidere una creatura del mare come una sirena è un atto ripugnante » mormorò dura, osservando il tè ormai freddo. « Ma ucciderla per mangiarne la carne è semplicemente imperdonabile. Si diventa solo dei mostri ».
  « Purtroppo quei pescatori non la pensarono allo stesso modo » continuò Robin, dopo averle lanciato una lunga occhiata nel breve silenzio che era sceso. « Iniziarono a far girare questa diceria sull’immortalità… In definitiva, le “Figlie del Mare” furono cacciate perché avevano la capacità di trasformarsi in acqua e venivano a loro volta ritenute sirene, mentre i “Figli” tentarono in tutti i modi di fermare queste barbarie, senza molto successo. Per il resto, so solo che molti vennero uccisi, altri riuscirono a nascondersi, e che da quel momento raramente sia tritoni che sirene scelsero compagni umani per le proprie creature » concluse con un sospiro profondo, come a rassegnarsi all’idea che l’umanità è stupida. Poi, però, tornò a focalizzare il proprio interesse sulla donna. « Sinceramente, credevo che di persone come te non ne esistessero più ».
  Mizu sorrise. « Siamo pochi, molto pochi, come chi è degno di conoscere i segreti del mare ». Per un attimo il suo sguardo vagò per poi incrociare quello dubbioso di Rufy, ma lei lo distolse subito.
  Nami, alla sua destra, sospirò soddisfatta, stirando le braccia in alto.
  « E così abbiamo risolto questo bel mistero » disse occhieggiando Zoro, ancora seduto davanti a loro, che per tutta risposta sbadigliò.
  « Io voglio vederla trasformarsi in pesce! » esclamò il ragazzo di gomma, alzando la mano e ricevendo subito un pugno ben assestato da Nami e un calcio da Sanji, con una coppia di « Idiota! » a seguire.
  « Per il momento deve solo riposare » dichiarò Chopper, avvicinandosi al letto.
  Il volto di Mizu si scurì improvvisamente e senza accorgersene strinse la presa sulla tazza di tè. Il suo pensiero, dopo quella lunga digressione, era subito volato a Matt e la sua preoccupazione, diventata quasi un tutt’uno con lei, riprese a crescere.
  « Io… vi devo ringraziare, vi state prendendo cura di me… ». La sua voce era decisa, sebbene gli occhi sembrassero lasciar trapelare solo un’infinita paura. « Ma devo assolutamente trovare Matt, non posso aspettare ancora… Oushiza… » ma a quel nome qualcosa parve incrinarsi e lei abbassò il capo, lasciando che i capelli le coprissero il viso tirato dalle tremende sensazioni che stava riprovando. Senza che riuscisse a impedirlo, lente lacrime le solcarono ancora una volta le guance e lei se le asciugò col dorso della mano, prima che diventassero troppo evidenti.
  « Smettila di piangere » mormorò Rufy, sistemandosi meglio il fedele cappello e fissandola con intensità, gli angoli della bocca incurvati in un’espressione rassicurante. Tutta la ciurma socchiuse gli occhi e sorrise tra sé in quel silenzio teso che sapeva di sfida e vittoria al contempo. « Ho intenzione di fare quattro chiacchiere con questo Toro ».
  Mizu lo guardò con i suoi lapislazzuli spalancati, una raffica di ricordi e pensieri ad affollarle la mente, stralci di conversazioni ormai lontane che le risuonarono nella testa. Accennò un sì col capo, non riuscendo a staccargli lo sguardo di dosso nemmeno quando lui si alzò, come gli altri, pronto a prendere il largo.

“Dicevi il contrario” ricordò tra sé la donna con una fievole nota di divertimento quando fu sola, abbassando il capo e osservando la superficie tremula del tè, dove vi vide un viso sogghignate e dolce. “Ma è uguale a te…”.

To be continued?