Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda, agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».

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La fanfiction "Heavenly Eve - The real epoch of pirates" è stata realizzata dalla sottoscritta, Eneri, per tanto ne è vietata la scopiazzatura.

 

æ Capitolo V æ

Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.

ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.

 

Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)

- V -

[Akai Oushiza]

Fu un dolore diffuso per tutto il corpo la prima sensazione che provò riemergendo dall’oscurità. Dire che si sentisse esausta e debole non avrebbe di certo migliorato la situazione, ma almeno era viva, cosa che non aveva più sperato dopo quello che era successo in spiaggia… A quel pensiero la mente sembrò tornarle prepotentemente lucida e spalancò gli occhi, tentando di muoversi per mettersi seduta, ma una mano, con decisione e delicatezza, la bloccò al materasso.
  « Calmati, nessuno ti vuole fare del male » le disse una voce femminile.
  Girando la testa riconobbe la ragazza dai capelli rossi del giorno prima, seduta accanto al letto. Non ebbe il tempo di dire niente, che quella riattaccò risoluta: « Prima che tu riprenda ad agitarti, vorrei chiarire un paio di cose. Primo, è vero, siamo pirati, ma non della risma di quelli che hanno attaccato il tuo villaggio » il suo tono era venato di disgusto, ma si contenne. « Secondo, vogliamo aiutarti, e ti conviene credermi perché non voglio altre scenate come quella di ieri » e le dette un’occhiata eloquente.
  « Se le parli così rischi solo di ottenere l’effetto contrario » scherzò una voce alle spalle della navigatrice.
  L’inferma, tendendo appena il collo – sembrava che i nervi avessero qualcosa da ridire ad ogni movimento – notò la presenza di un’altra donna, seduta al tavolo della cucina con un libro aperto davanti.
  « Ben svegliata » la salutò questa con un sorriso, alzandosi ed avvicinandosi, cingendosi i gomiti con le mani. « Io sono Robin, piacere ».
  Nami sbuffò.
  « Ah, se io le parlo “così” la spavento, ma se tu sbandieri il tuo nome ai quattro venti no, vero? ».
  L’archeologa si concesse qualche attimo prima di rispondere, osservando la donna che, immobile, sembrava seguire con distaccata curiosità la scena.
  « Non sembra conoscermi » decretò infine la mora con un’alzata di spalle, tornando al suo libro, mentre la rossa eseguiva con la mano un gesto stizzito, prima di dedicarsi nuovamente alla loro ospite.
  « Io sono Nami, la navigatrice di questa bagnarola » le sorrise con calore.   « E dopo tutto quello che ci hai fatto passare mi piacerebbe conoscere il tuo nome ».
  La donna abbassò gli occhi, adagiando meglio la testa sul cuscino morbido e osservando il soffitto, sfinita. Essere stata salvata due volte dalle stesse persone doveva pur voler dire che poteva provare a fidarsi. Inoltre, dolorante com’era, non avrebbe di certo potuto tentare un’altra fuga. Prese un profondo respiro.
  « Mizu » mormorò in fine senza guardarla, ma Nami sorrise lo stesso, di nuovo.
  « Benvenuta sulla Going Merry, Mizu ».

« E sposta quel naso, voglio vederla! ».
  « Hai guardato fino ad ora, quindi non lamentarti! ».
  « Ma si è svegliata! ».
  « Voglio vederla anch’io! ».
  « Anch’io! ».
  « Ma la volete piantare!? » sbraitò Zoro, accovacciato con le sue tre spade sulla balaustra del cassero davanti alla porta della cucina, in quel momento occupata dai quattro membri più idioti dell’equipaggio, a parer suo: si stavano infatti azzuffando nella speranza di intravedere qualcosa di ciò che stava avvenendo all’interno attraverso il piccolo oblò dell’uscio.
  Questo perché, dopo che ebbero soccorso per la seconda volta la sconosciuta, Nami era stata categorica nell’affermare che nessuno, nessuno, eccetto lei e Robin, finita la visita di Chopper, si sarebbe dovuto avvicinare alla donna. Quella decisione aveva tutti scopi mirati, ma alcuni della ciurma sembravano non averli compresi, o neanche presi in esame, a seconda del soggetto.
  Ieri l’avete spaventata a morte, quindi non vi azzardate ad avvicinarvi!
  La navigatrice era stata tassativa, chiudendo la porta in faccia a tutti i membri maschili della compagnia.
  Inutile aggiungere che erano subito scoppiate liti tra Sanji, che accusava il cecchino e il suo lungo naso anomalo, Usop, che rimproverava i modi svenevoli del cuoco, e poi entrambi contro Rufy, intromessosi nella discussione, per il casino combinato il giorno prima, e via dicendo. Solo Chopper, inizialmente, sembrava essersi abbattuto per la decisione dell’amica, ma poi aveva fatto in modo di osservare la scena dalla finestrella, attirando subito l’attenzione di tutti gli altri che si erano accalcati al suo seguito, riprendendo a battibeccare.
  « Zitto, testa di lattuga » gli rispose malamente Sanji, dimenticandosi per un attimo del litigio. « Dovrai prostrarti a terra e chiedere il suo perdono per quello che le hai fatto ». Sebbene il discorso si mostrasse ambiguo non solo per lo spadaccino, ma anche per gli altri, il cuoco era paurosamente serio, come ogni volta che era implicata una donna.
  « Chiederle perdono per cosa, sopracciglio a ricciolo? » ringhiò di rimando Zoro, una mano sull’elsa della Wado Ichimonji.
  « Per averla braccata come un animale anche se era ferita e sconvolta » dicendo ciò, Sanji buttò a terra il mozzicone della sigaretta che aveva tra le labbra, spegnendola con il tacco della scarpa – Usop fece una faccia allarmata, inveendo contro il compagno per “aver rovinato” il ponte, ma nessuno gli diede retta – e preparandosi a conciare per le feste l’arrogante spadaccino.
  Zoro, una vena che pulsava pericolosamente sulla fronte per tutte le idiozie sentite, fece per rispondere, ma la porta si aprì con tale violenza che il cuoco, il cecchino e il capitano furono scaraventati in aria, mentre una furibonda Nami si stagliava sulla porta, la mano ancora stretta sul pomello.
  « Voi non avete idea di cosa significhi aspettare, avere pazienza e soprattutto fare SILENZIO, non è vero!? » tuonò, avanzando verso i poveri disgraziati e stendendoli di nuovo a terra a suon di pugni, dopo che si erano rialzati a fatica con sinistri scricchioli.
  Quando, con un pesante sospiro, ebbe del tutto quietato lo spirito parlò:
   « Ha detto che vi vuole vedere ».

  Mizu volse appena la testa quando i restanti membri della ciurma presero a varcare la soglia della cucina in un silenzio dettato dal timore verso la compagna rossa. Accortisi però che la loro ospite li osservava, sorrisero tutti – meno che Zoro, subito messosi a sedere contro la parete, un po’ per salutarla, un po’ per il sollievo. Mentre tutti iniziavano a prendere posto, il piccolo Chopper si avvicinò al letto di fortuna.
  « Come ti senti? » domandò alla donna.
  Lei lo osservò un attimo, prima di stirare le labbra.
  « Meglio, grazie ».
  Per la prima volta, tutti la videro distendere i lineamenti del viso nel tipico calore da ringraziamento e, con quel gesto, sembrò crollare del tutto il muro che li aveva divisi fin dal primo incontro, mandando in estasi non solo il cuoco già cotto, ma anche la renna, il ragazzo di gomma e il cecchino.
  « Ah ah! L’ho sempre saputo che sarebbe finito tutto bene » sospirò teatralmente Usop, pavoneggiandosi. Istantanea arrivò l’occhiataccia di Nami e il ragazzo abbassò la cresta. « E’ ovvio che lo sapessero tutti… » pigolò in aggiunta.
  Mizu, invece, tornò seria, inumidendosi le labbra secche.
  « Vi devo ringraziare tutti » iniziò un po’ rauca, gli occhi velati dalla stanchezza e il viso ancora pallido. « Nami mi ha spiegato ogni cosa e mi dispiace di avervi creato dei problemi ».
  « Non devi scusarti di niente » rispose Sanji per gli altri.
  « Come ti ho detto prima, è stato solo un malinteso, ognuno ha reagito senza conoscere i dettagli » aggiunse Nami, sapendo, da quelle poche parole che si erano scambiate prima, che la donna si sentiva davvero in colpa per quanto accaduto.
  Dopo qualche attimo di pensieri, Mizu annuì, ricambiando il suo sguardo.
  « Grazie ».
  Tutti sorrisero, mentre Rufy iniziò a ridere gioviale, attirando l’attenzione su di sé.
  « Io sono Rufy » si presentò il capitano con un sorriso a trentadue denti stampato in faccia, mentre restava seduto a gambe incrociate poco distante dal giaciglio.
  La ragazza restò a fissarlo un secondo, per poi rispondere.
  « Mizu, piacere » fece un cenno col capo, non riuscendo ancora a muoversi come voleva e quindi a tendere il braccio.
  « Che nome soave! » sospirò Sanji, espirando cuoricini da ogni dove. Nami gli assestò un pugno in testa, sempre con grande gioia del sottoscritto, che però tornò piuttosto serio. « Sanji, qui per servirla, mademoiselle » disse con un inchino elegante.
  « Il medico è Chopper – che si premette il cappello in testa, incurvando gli angoli della bocca gioioso – il nasone è Usop - « Ehi! » - mentre la zucca vuota là in disparte è Zoro » continuò Nami, presentando il resto della ciurma.
  Lo spadaccino, sentendosi appellare a quel modo, fissò trucemente la compagna, ma il suo sguardo fu intercettato dal cuoco e ripresero a volare scintille, finché la navigatrice non sedò il nascente scontro, a suon di pugni, sotto gli occhi stanchi della loro ospite.
  « Siete peggio dei bambini » mormorò esasperata, rimettendosi a sedere vicino al letto. « Non fare caso a questi idioti ».
  La donna scosse la testa, sorridendo brevemente.
  « Vorrei… chiedervi una cosa » riprese, abbassando lo sguardo dai presenti. Il silenzio la indusse a continuare. « Dove siamo attraccati? ».
  « A largo della tua isola » rispose Nami lentamente, osservandola con attenzione. Questa socchiuse gli occhi, sentendoli bruciare di lacrime, e deglutì respirando a fondo. L’aria parve farsi immobile, come le persone nella stanza, ognuna chiusa nei propri pensieri.
  « Sai chi vi ha attaccati? » domandò serio Rufy in quella quieta tensione tornata tra loro.
  Mizu riaprì gli occhi, fissando il soffitto.
  « Si fanno chiamare i Tori Rossi » rispose flebile, la gola completamente secca. Senza che gli altri potessero intuirlo, immagini della battaglia in cui era stata coinvolta presero a scorrerle davanti, sempre più nitide, sempre più strazianti. Con uno sforzo, si costrinse ad ingoiare il groppo che le serrava la gola.
  « Ne ho sentito parlare » confermò Zoro dopo averci pensato un po’ su. Con quelle inaspettate parole richiamò l’attenzione di ognuno su di sé, mentre si rimetteva in piedi, sistemando le sue tre spade nella panciera. Fissò la donna, ma quella non ricambiò. « Il loro capitano si chiama Akai Oushiza e su di lui pende una taglia di centotrenta milioni di Berry » continuò, lo sguardo immobile.
  « CENTOTRENTA milioni? » trasecolò Nami, mostrando presto il suo sguardo avido di ricchezze.
  Reazione inversa fu quella di Usop, subito preso del suo tipico allarmismo, con tanto di irrefrenabile tremarella alle gambe, che contagiò in breve anche Chopper.
  « Centotrenta milioni… è anche più di Rufy… » piagnucolò in un sussurro il cecchino, ma nessuno lo ascoltò.
  « La sua taglia è dovuta ai poteri del Frutto del diavolo che ha mangiato » proseguì lo spadaccino, infischiandosene degli altri e incrociando le braccia al petto mentre, con nonchalance, faceva scrocchiare i muscoli intorpiditi del collo.
  « Sì, » confermò piatta la donna « il Frutto Cow Cow modello Toro ».
  « Cos’altro sai di questo tizio? » domandò Sanji al compagno con viso impassibile, accendendosi una sigaretta.
  Quello ci pensò un attimo, prima di rispondere.
  « Era uno dei pirati più temuti nel mare occidentale, finché non si è spostato nella Rotta Maggiore. Da allora so che anche la Marina si fa qualche scrupolo a mettergli le mani addosso ».
  « Per questo non è molto diverso da noi » fece spallucce Nami non dando peso alla questione. « E’ parecchio tempo che la Marina non si fa viva e, ad ogni modo, non è mai stata un gran problema ».
  « Non dovremmo prenderlo con tanta leggerezza, ha pur sempre centotrenta milioni di Berry sulla testa! » ribatté Usop, ma la navigatrice fece semplicemente un gesto vago con la mano.
  « Sai perché vi hanno attaccati? » chiese Rufy senza dar peso alle discussioni dei compagni, intento a fissare la loro ospite che continuava a non rivolgere loro lo sguardo. Lo stesso fece Zoro, ora che era stato tirato in ballo il pesce grosso: quel pirata doveva avere avuto una ragione precisa per devastare una semplice isola di pescatori che, apparentemente, non sembravano nascondere grandi ricchezze.
  A quella domanda Mizu, reprimendo un sussulto involontario, non rispose subito. I suoi occhi si chiusero nuovamente sopra le lacrime imminenti e prese un respiro tremante. Anche se non ne era sicura, credeva di aver capito perché erano stati attaccati. E se ci pensava, il cuore le bruciava di un dolore che sarebbe stato troppo difficile sopire.
  Era colpa sua.
  « Cinque… » deglutì, prima di riprendere con pesantezza. « Cinque anni fa vivevo in un isola più a Nord di qui che fu razziata dai Tori Rossi. Non rimase vivo quasi nessuno ». La sua voce era appena un sussurro rotto da singhiozzi trattenuti. Nella stanza, tutte le altre discussioni erano cessate e gravava un profondo silenzio. « I pochi superstiti furono divisi: gli uomini portati nelle stive come forza lavoro e le donne… » le parole le vennero meno. Tentò di riprendere ma un singulto la scosse. Non riuscì a guardare in faccia i suoi salvatori, ma solo a nascondere il viso tra le mani in un movimento doloroso: aveva sperato di non dover più versare quelle lacrime amare.
  Si morse un labbro, ma anche così non trovò la forza di continuare, i ricordi erano come ferite che si riaprivano e quel che era appena successo era sale su di esse.
  Le reazioni degli altri, benché diverse, ebbero tutte la medesima partenza: una rabbia inesprimibile. Nami e Robin distolsero lo sguardo, la prima i pugni talmente stretti che le nocche divennero bianche, la seconda socchiuse gli occhi perdendosi nei propri pensieri. Più rigidi furono i ragazzi, che parevano essersi del tutto pietrificati a quelle parole, lo sguardo fisso nel vuoto, i muscoli contratti per la collera.
  « Io… ». Debole ed inaspettata, la tenue voce di Mizu si levò ancora dal giaciglio. « Io sono la causa di quello che è successo a Tsuri Island… - Nami fu sul punto di ribattere qualcosa, ma Sanji la fermò, scuotendo il capo – Oushiza… deve… deve aver saputo di me… e di… Matt… ». Il suo ormai era un pianto convulso, sebbene cercasse ancora di trattenersi. Voltò il capo, affondando il viso nel cuscino.
  « Chi è Matt? » domandò piano il capitano, ricordandosi di averla sentita nominare quel nome prima di svenire; sul suo viso, però, si leggeva una malcelata consapevolezza. I singhiozzi attraversarono la stanza per qualche altro secondo, prima che la donna tornasse a parlare.
  « Matt - sembrava costarle molto pronunciare quel nome - … è mio figlio ».
  Nami la fissò a occhi sbarrati non riuscendo a proferire parola. Si voltò verso gli altri: avevano tutti il viso scuro e la mascella serrata come chi è impotente di fronte a una situazione. E quello era proprio il caso, in parte. Rufy, rialzando gli occhi color ossidiana su di lei, riprese la parola con tono mortalmente serio:
  « Credi che volesse lui? ».
  « E’ l’unica cosa che mi fa sperare che sia ancora vivo… » mormorò tremante Mizu, voltandosi a guardarlo. Nei suoi occhi blu oltre oceano, in quel momento arrossati e velati per via del pianto, oltre al dolore, c’era il forte desiderio di ritrovare a tutti i costi quel bambino per stringerlo ancora tra le braccia. Non riuscendo a trattenere le lacrime, si voltò nuovamente, cercando conforto nel cuscino umido. Nami, lo sguardo basso, le appoggiò una mano sulla spalla tentando di consolarla.
  Il capitano respirò a fondo, prima di alzarsi in piedi e dirigersi verso l’uscita senza dir niente; la porta fu lasciata aperta.
  A turno, tutti lo seguirono, meno la navigatrice, che decise di rimanere lì a fare compagnia alla loro ospite, nel vano tentativo di alleviare le sue pene.

To be continued?