Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda, agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».

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La fanfiction "Heavenly Eve - The real epoch of pirates" è stata realizzata dalla sottoscritta, Eneri, per tanto ne è vietata la scopiazzatura.

 

æ Capitolo IV æ

Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.

ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.

 

Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)

- IV -

[Ciò che rimane]

La nave attraccò nel piccolo porto di Fulham Island quando ormai il sole stava baciando l’orizzonte col suo rosso appassionato. C’era solo una smorta brezza fresca a far sventolare appena la bandiera del vascello, raffigurante un teschio con tre cicatrici ad un occhio sopra due spade incrociate.
  Il capitano, fermo a prora, puntò lo sguardo sul villaggio adiacente, ricco di lanterne colorate e schiamazzi lontani, prima di farlo scorrere sui colli erbosi che lo sormontavano, focalizzandosi infine su alcuni bagliori lontani che filtravano attraverso alti alberi.
  « Quel vecchio non poteva scegliersi un posto migliore per vivere » osservò qualcuno alle sue spalle, espirando una boccata di fumo dalla sigaretta sottile. L’uomo fece una smorfia a quelle parole, prima di voltarsi verso la ciurma che si stava radunando sul largo ponte in attesa di ordini.
  « Marmaglia che non siete altro! » esordì a pieni polmoni. « Date fondo alla stiva e andate a far baldoria anche tutta la notte, i divertimenti qui non mancano ».
  Quelle parole furono accolte con grida e salti eccitati, che fecero vibrare la nave. Il capitano sorrise brevemente, prima di far cenno al suo vice di seguirlo giù sul molo, mentre gli uomini dell’equipaggio si avviavano festeggianti verso il villaggio.
  « Spero che in tutti questi anni abbia perso la sua aria arrogante e sfacciata, o non ci sarà dialogo » riprese nuovamente il vicecapitano, osservando noncurante la via principale del posto, illuminata a festa.
  L’altro rise.
  « Non ci contare troppo, Ben. Quello sarà capace di esasperare persino la morte in persona quando verrà a prenderselo ».

La strada che portava alle colline non era lastricata, ma semplicemente battuta, e ai suoi lati crescevano boschi rigogliosi e bui. Ormai il sole era calato quasi del tutto, ma la luna già alta e luminosa nel cielo bastò ai due per ritrovarsi, in breve, dinanzi a delle immense mura eleganti avvinghiate dai rampicanti. L’enorme cancello che dava accesso alla villa cominciò ad intravedersi dopo una ventina di passi.
  « Ha fatto le cose in grande stile » notò Beckman, espirando nuvolette di fumo.
  L’uomo al suo fianco si arrestò di colpo, il capo chino e un sorriso divertito sulle labbra.
  « E non solo quelle, » disse apparentemente a nessuno in particolare, prima di voltarsi all’improvviso indietro, il viso acceso da un ghigno divertito « vero, vecchio maniaco? ».
  « Quant’è vero che mi chiamo ancora Jougen dalla Lunga Spada, pivello dei miei stivali » rispose a testa alta l’anziano sbucato dal nulla alle loro spalle, una mano appoggiata al pomello a forma di rostro del suo bastone scuro.
  Il capitano scoppiò in una fragorosa risata, prima di ribattere:
  « Dalla Lunga Spada, vecchiaccio? Non era dalla Lunga Lingua una volta? ».
  « Solo perché quei caproni della Marina non sono mai riusciti a mettermi le mani addosso, hanno preferito storpiarmi il soprannome » replicò burbero il vecchio, zoppicando verso i due. Quando fu dinanzi all’uomo dai capelli cremisi, il cui sguardo brillava memore dei vecchi tempi, abbandonò l’espressione austera per rivolgergli un sorriso paterno.
  « Come stai, Shanks? Sono passati tanti anni dall’ultima volta ».
  Il capitano non perse la sua aria gioviale.
  « Un braccio in meno – noncurante, spostò un po’ il mantello nero dalla spalla sinistra, rivelando la manica vuota della camicia – ma con una fama che ancora terrorizza i Marines » rispose, mostrandogli la lingua come un bambino dispettoso.
  Jougen rimase un attimo in silenzio a fissarlo, meditabondo. Infine,   Sospirò.
  « Me l’aveva detto, ma credevo stesse scherzando ».
  Shanks, a quelle parole, si immobilizzò, il viso all’improvviso di pietra e gli occhi vuoti.
  « E’ qui? » domandò serio, quasi rigido.
  Il vecchio espirò di nuovo, questa volta pesantemente, rivolgendo lo sguardo altrove.
  « Venite dentro » disse, incamminandosi verso il cancello. « Vi racconterò tutto davanti a un bel bicchiere di Rum. Abbiamo da dirci parecchio ».

***

Come Nami aveva previsto, quando il sole ebbe iniziato il suo rapido cammino verso occidente, avvistarono in lontananza il profilo dell’isola indicata dal Logpose.
  « Vedi niente da lassù? » gridò Sanji ai piedi dell’albero maestro ad Usop, appostato a coffa, intento ad osservare la scena dal cannocchiale.
  « E’ un isolotto con un ammasso di vegetazione per il momento » rispose quello, senza scollare l’occhio dallo strumento.
  « Nessuna traccia della mia adorata? ».
  Il cecchino perse la pazienza e si sporse dal parapetto.
  « Non riesco a distinguere neanche degli edifici, come pensi che possa vedere lei!? » sbraitò, tornando subito a quello che stava facendo, non senza brontolare qualcosa del tipo: « La tua adorata poi! Guarda come ci ha trattati! » e questi bisbigli gli costarono una dura scarpata sulla nuca.
  Un altro che non staccava lo sguardo dall’orizzonte era Zoro, le braccia incrociate e l’espressione velata appena da un cipiglio irritato, ritto in piedi a prua. Era lì da quasi tutto il giorno in attesa che all’orizzonte comparisse l’isola dove, presumibilmente, si era diretta la donna che gli aveva sottratto la Yubashiri. Non vedeva l’ora di toccare terra e rimpossessarsi della sua spada al più presto; intenzione che gli era frullata in testa dall’accaduto.
  « Quanto pensi di andarci pesante con quella ragazzina? » domandò una voce alle sue spalle. Lo spadaccino non si voltò neanche, mentre Robin si appoggiava alla balaustra di fronte, i capelli scuri che oscillavano al vento.
  « Quella ha passato il limite della ragazzina da parecchio » le rispose, senza però prestarle attenzione. La sconosciuta, a cui tutti – Sanji in primis – volevano dare finalmente un nome, non era certo una ragazzina, benché sembrasse molto giovane.
  “E’ stata davvero agile” si ritrovò a pensare Zoro, perdendo per un attimo i contatti con la realtà. Anche se ferita era stata lo stesso in grado di fregarli tutti, lui in testa. Il fatto, poi, di essere riuscita a sottrargli la Yubashiri da sotto il naso non era da sottovalutare: certo, perfino Nami, forse – forse, si ripeté – ne sarebbe stata capace, ma quello che possedevano entrambe erano due tipi di scioltezza nei movimenti diversi, a parer suo. La navigatrice sembrava averci fatto il callo, complice anche il suo passato di ladra; quella donna, invece, doveva averlo come vero e proprio dono di natura. Ciò che però più di tutto gli dava da pensare era scoprire il modo in cui era riuscita a svignarsela in un batter d’occhio.
  Riprese a fissare l’isola che si avvicinava sempre di più e strinse inconsciamente l’elsa della Wado Ichimonji. La cosa basilare, in quel momento, era ritrovare la Yubashiri, per le domande ci sarebbe stato tempo dopo.

 

Una carneficina. Ciò che li accolse e la parola che meglio descriveva la costa di quella piccola isola dai tratti caraibici, che doveva aver ospitato un fiorente villaggio di pescatori. I corpi non si contavano, disseminati ovunque come scarti di carne macellata. Il sangue pareva un lussuoso tappeto rosso che copriva l’intera costa, pronto ad accogliere i nuovi arrivati sulla sua macabra superficie. La morte era venuta e se ne era andata colla sua nera veste frusciante, portando via come una gelida brezza la vita di quella povera gente.
  I primi a sbarcare, in quel luogo regno ormai di desolazione, furono Zoro e Rufy, seguiti subito dopo da Chopper e Sanji, che si guardarono attentamente in giro alla ricerca di qualche sopravvissuto scampato alla falce.
  « E’ orribile » sentenziò Usop con le uniche parole che gli vennero alle labbra, ancora immobile sul bordo della nave, incapace di scollare lo sguardo dallo sterminio avvenuto.
  Nami non disse niente. Era da molto tempo ormai che non vedeva uno spettacolo del genere. La Rotta Maggiore, com’era vero, pullulava di gentaglia dai più bassi istinti, che saccheggiava e sterminava per il puro gusto di farlo; ma erano animali con i quali, nel caso, aveva sempre dovuto combattere e mai aveva dovuto osservare gli scempi dei loro passaggi.
  « Scendiamo anche noi e diamo una mano con le ricerche » disse Nico Robin più pallida del solito, sebbene mantenesse la sua naturale impassibilità, calandosi a riva. La navigatrice e il cecchino la seguirono con un groppo in gola.

Chopper, guardandosi intorno, avvertì il dolore stringergli il cuore per tutte quelle vite spezzate. Aveva girato per mezza spiaggia, tra corpi di uomini, anziani e bambini, senza trovare un alito di vita in nessuno di essi. La cosa peggiore fu quella di vedere donne dagli abiti laceri accanto a ragazzini di non più di sei anni o addirittura qualche neonato. Era in ambienti del genere che sentiva tutte le sue conoscenze mediche come quattro carabattole apprese senza uno scopo: non poteva più fare niente per loro, solo sentire una profonda tristezza mista a rabbia, emozioni che gli stavano facendo pizzicare gli occhi.
  « Non deprimerti » gli disse fermo Sanji alle sue spalle, rimessosi appena in piedi dopo aver coperto, con un telo trovato lì accanto, il corpo martoriato di una ragazzina che non dimostrava più di quindici anni; anche se non lo dava a vedere, quello che stavano osservando gli dava il voltastomaco. « Qui da qualche parte c’è ancora qualcuno che ha bisogno di te » continuò con un’occhiata intensa, per poi voltarsi e proseguire, la determinazione che cresceva ad ogni passo mentre sentiva le mani prudergli per la voglia di sfogarsi contro chi aveva compito un tale scempio.
  La piccola renna si strofinò gli occhi lucidi, cacciando via le lacrime, e seguì il cuoco, gli zoccoli ben stretti alle spalline dello zaino.

Zoro e Rufy avanzavano in quello che doveva essere stato il fulcro dello scontro. Oltre a uomini indossanti lunghe cappe dalle tonalità azzurre e ancora impugnanti lance e corte spade, c’erano anche i cadaveri di pirati abbandonati. Non li degnarono di uno sguardo, se non per cercare tracce di vessilli o cose del genere che potessero ricondurli al loro capitano; purtroppo erano solo carne trucidata di nessuna utilità.
  « E’ qui » disse d’un tratto il ragazzo col cappello di paglia, guardandosi intorno come se stesse cercando di vedere qualcosa di invisibile. Anche se non avevano trovato prove che la donna fosse approdata lì, se lo sentiva, percepiva che era tornata sull’isola e che aveva visto ciò che ne era rimasto. Sentì un moto di collera agitarglisi dentro, mentre l’unico pensiero che gli martellava la testa era di trovarla.
  Zoro non rispose, continuando la sua camminata cadenzata e volgendo lo sguardo imperscrutabile a destra e a sinistra, l’animo diviso tra il desiderio di recuperare la sua spada e quello di piantare la stessa nel corpo del responsabile di quella strage. Strage che spiegava tutti i comportamenti della loro sconosciuta e lui non si sentì di biasimarla.
  E fu in quel momento, quando entrambi alzarono gli occhi avanti per proseguire, che notarono l’unica persona viva di tutta la cosa, inginocchiata nella sabbia ai bordi della battaglia, le mani tremanti aggrappate all’elsa della spada conficcata in terra nel vano tentativo di alzarsi. Non persero tempo e si avvicinarono rapidi.

Troppo tardi, continuava a ripetersi nella disperazione. Era già troppo tardi quando si era accorta di cosa stesse succedendo in spiaggia, ma quando era tornata, pronta anche a combattere con l’arma che aveva sottratto sulla nave che l’aveva salvata, si era definitivamente rassegnata all’idea che non avrebbe più potuto fare niente per nessuno di loro. La sua famiglia, anche senza vincoli di sangue.
  “Come hai potuto?!” gridò con rabbia la sua testa, le lacrime che le bruciavano gli occhi. “Non ti è bastato cinque anni fa!?”. Se non fosse stato per l’odio che provava in quel momento, non sarebbe riuscita a rimanere lucida, perché, esattamente come aveva detto quello strano animale, la ferita si era riaperta, gocciolando lenta, ma costante, rivoli di sangue che le avevano imbrattato la larga casacca e i pantaloni chiari di cotone che indossava. Ma lei aveva stretto i denti, setacciando l’intera spiaggia alla ricerca di vivi da aiutare o di demoni da cui avere informazioni.
  Ma non era arrivata a niente, se non alla consapevolezza di essere rimasta sola.
  “Matt” pianse il suo cuore al solo pensiero. Non era lì sulla spiaggia… anche se non ne era del tutto sicura: alcuni corpi erano irriconoscibili, carbonizzati dagli incendi e lei non era riuscita a sopportarne il fetore senza avere qualche conato di vomito, ma fu più che altro la vista a farla allontanare e crollare in lacrime.
  Eppure qualcosa dentro le diceva che non era morto, perché l’aveva sentito, aveva udito il suo grido in mezzo ad altri e lei si stava attaccando con tutta se stessa a quella speranza. Doveva trovarlo, era la sua priorità, su tutto.
  Con quel bruciante proposito in mente, tentò di alzarsi, ma le ginocchia non le risposero. Fece un altro sforzo, appoggiandosi all’elsa della spada piantata nella sabbia davanti a lei. Niente. La testa girava e faceva male, come ogni fibra del suo corpo. Ma quei dolori non erano niente in confronto a quello che l’avrebbe tormentata se non fosse andata a cercare Matt.
  Provò per l’ennesima volta, ma quando alzò il capo vide con la coda dell’occhio qualcosa che le fermò quasi del tutto i battiti nel petto, emozioni indecifrabili che si scontrarono sotto la pelle: due persone stavano marciando verso di lei, correndo come furie e affondando ad ogni falcata i piedi in quella fanghiglia sanguigna.
  Del tutto stordita dal dolore e con la mente dominata dalla confusione totale, cercò con le mani tremanti di sguainare la spada nel disperato intento di difendersi.
  Ma l’avevano raggiunta.

« Perché mi avete seguita!? » urlò nella loro direzione, le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi senza sosta. « Non c’è più niente qui per voi! ».
  Zoro e Rufy si fermarono ad un paio di metri da lei, fissandola senza apparenti emozioni sul viso, i pugni stretti lungo i fianchi che tradivano la loro rabbia, ma la sconosciuta era troppo stravolta per farci caso. Nel suo sguardo, offuscato e arrossato dal pianto, vi risplendevano due lapislazzuli gridanti tutto il dolore che stava provando.
  La donna armeggiò nuovamente con la spada, riuscendo a far scorrere e scoprire qualche centimetro della lama, che brillò chiara alla luce del sole, ma lo spadaccino, gli occhi di pietra, le si avvicinò all’improvviso e con uno schiaffò secco alla mano tremante le fece cadere la Yubashiri.
  Lei, causa anche quell’inaspettata vicinanza, si sentì persa del tutto, senza più forze né altro, ma non riuscì neanche a desiderare la morte, perché c’era ancora qualcuno che l’aspettava, qualcuno a cui aveva promesso di esserci sempre.
  « Matt » mormorò disperata non accorgendosene, la realtà che sfuocava davanti ai suoi occhi, le membra che scivolavano lente ed esauste verso il suolo sabbioso.
  I due, con esclamazioni preoccupate, le furono addosso, ma lei non sentiva più niente, solo un’oscurità crescente che l’avvolgeva.
  « Matt… ».

To be continued?