




Uomini e donne, reduci di un’epoca cesellata di leggenda,
agiscono per sovvertire le sorti di un mondo ignaro e di persone il cui
unico scopo è quello di raggiungere il più famoso e ambito
dei tesori, il One Piece.
Ma il nuovo Re dei Pirati, colui che conquisterà ancora una volta
ricchezza, fama e potere, sarà solo uno.
« Non peccare di presunzione, Eve. Gli eredi sono quattro, i pretendenti
molti. Non sarai tu a scegliere chi diventerà Re dei Pirati e come
egli deciderà il futuro di ciò che resta del mondo ».
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æ Capitolo II æ
Disclaimer: La storia, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che è relativo al manga o all’anime di One Piece non mi appartengono. Gli avvenimenti, i personaggi, gli ambienti e tutto ciò che non è relativo al manga o all’anime di One Piece sono di mia creazione.
ATTENZIONE: La storia si svolge circa due anni dopo che i nostri sono entrati nella Rotta Maggiore e dopo la saga di Water Seven e di Enies Lobby, di cui ci potranno essere possibili riferimenti.
Heavenly Eve
(The real epoch of pirates)
- II -
[Fuga dalla Going Merry]
« Mh? ».
Nami si voltò verso il cassero a poppa, alzando lo sguardo
fino all’oblò della porta chiusa. Era sul ponte della nave,
semi sdraiata a prendere i raggi del mite sole e a godersi il resto della
giornata leggendo un vecchio romanzo rosa, ripescato nei meandri della sua
libreria, quando sentì quell’impercettibile ma acuto suono
di vetro frantumato.
“Ci manca solo che siano loro a fare casino…”
pensò sbuffando e tornando alla lettura, sebbene l’orecchio
fosse teso a captare qualsiasi altro rumore.
Zoro, stravaccato lì vicino, dormiva come solo lui sapeva
fare, senza dare l’impressione di aver sentito niente. Rufy, invece,
sulla sua amata polena, si teneva lo stomaco con un’espressione sofferente.
Un brontolio si levò.
« Naaami » piagnucolò, voltandosi verso la
navigatrice che sbuffò di nuovo, voltando pagina. « Ho taaaanta
tanta fame ».
« Non se ne parla » rispose secca lei, senza prestargli
la minima attenzione.
« Ma… ».
« No ».
« Qualcosa di piccolo… » continuò a
lamentarsi, cercando di mostrarle la miglior faccia da cucciolo bastonato
– e morto di fame – che gli riuscì. Purtroppo per lui,
la donna fu irremovibile.
« Se varcassi quella soglia, con quel tuo cervello da
quattro soldi che ti ritrovi, combineresti sicuramente qualche disastro
e quella ragazza ha assoluto bisogno di… ».
Questa volta il rumore di vetri rotti fu decisamente più
udibile, seguito subito da uno strillo che scadeva nell’isterismo.
« NON VI AVVICINATE! ».
In un batter d’occhio, sia l’evidente fame del capitano
che il sonno dello spadaccino svanirono, i sensi allerta.
Senza perdere tempo, Nami scattò in piedi, abbandonando
il libro sulla sdraio, e si diresse verso la mensa, seguita da Rufy e Zoro.
All’interno della cucina l’aria
era immobile, la tensione palpabile e i respiri dei tre membri dell’equipaggio
quasi inesistenti.
Una gocciolina di sudore scese lungo i lineamenti del viso di
Usop, gli occhi fissi sulla donna addossata alla parete opposta, vicino
al materasso di fortuna. Ai piedi del cecchino stava uno spaventato e confuso
Chopper, l’odore del disinfettante ad impregnargli parte del pelo.
Alla sua sinistra, invece, qualche passo più avanti, c’era
Sanji, di cui non poteva vedere l’espressione, ma immaginarsela sì.
La sconosciuta, quando l’aveva scorto avvicinarsi dopo lo scatto che
aveva avuto, gli aveva intimato di stare indietro scagliandogli contro una
delle boccette del kit medico di Chopper. Un’agilità incredibile.
Il cuoco non si era perso d’animo, anche di fronte a quegli
occhi di ghiaccio.
« Non è nostra intenzione farti del male »
disse, allargando le braccia come a invitarla a colpirlo di nuovo, se non
gli credesse. Lei non si mosse, lo sguardo fisso nel suo. Uno sguardo che
dietro le gelide stalattiti celava solo dolore. Se non fosse stato per il
fatto che conoscesse le donne meglio di sé, avrebbe detto che fosse
unicamente odio. Azzardò un passo e lei, rapida, levò la mano
in cui aveva un’altra ampolla, pronta a lanciarla.
Nel mentre, però, la porta si spalancò e l’attenzione
di alcuni fu focalizzata sull’uscio, dove si stagliava la figura di
una Nami corrucciata, seguita da un vigile Zoro e un Rufy curioso.
« Che diavolo sta succedendo qui? » domandò
con cipiglio alterato la navigatrice, fissando prima la sconosciuta e poi
i suoi compagni. Ma nessuno dei quattro rispose, troppo intenti a fissare
ognuno le mosse dell’altro. Nami si spazientì. « Allora?
».
« Sembra che non apprezzi molto i pirati » azzardò
Usop, ben attento a tenere sottocchio la donna, mentre si voltava verso
l’amica. Sanji, invece, rimase dov’era, apparentemente studiando
la loro ospite.
Nami, comprendendo al volo, rivolse la propria attenzione all’altra,
incrociandone lo sguardo, una cupa consapevolezza in testa. Il suo tono
fu serio, ma pacato.
« Puoi mettere giù quella boccetta, non ti servirà
a niente comunque ».
Ma le sue parole suscitarono l’effetto contrario e la
sconosciuta rafforzò la presa sull’oggetto, mordendosi un labbro.
L’avevano salvata, ma non poteva fidarsi.
« Lasciatemi andare » soffiò, fissando la
navigatrice.
Quella fece spallucce, accennando alla porta.
« Per conto mio puoi andartene quando ti pare ».
« No! ».
A intervenire, inaspettatamente, fu Chopper, rimessosi subito
in piedi dopo quella affermazione, lo sguardo preoccupato. Si girò
verso la sua paziente, prendendo un respiro profondo; era rimasto ferito
dall’aggressione di lei, che gli aveva lasciato intendere di averle
fatto qualcosa di male, ma adesso quella non era la cosa più importante.
« Il tuo corpo è ancora indebolito per il sangue
che hai perso » disse calmo, rientrando in possesso della sua voce
professionale e ragionevole. Alzò uno zoccolo, indicandole il fianco.
« Se la ferita si riaprisse rischieresti di svenire di nuovo ».
Puntò poi la caviglia gonfia e fasciata. « Inoltre non dovresti
neanche sforzarti a stare in piedi ».
« Chopper ha ragione » convenne Nami con un sospiro
profondo.
Nello stesso momento, indesiderato e inopportuno, il fracasso
provocato dal metallo che cozza in terra rimbombò nell’ambiente,
facendo sobbalzare metà della ciurma, Sanji in primis, che dal solo
rumore aveva intuito la scena.
« Ops » deglutì Rufy, coperchio di una pentola
in mano, mentre osservava il disastro per terra. Come se nella stanza non
stesse accadendo alcunché, si era avvicinato ai fornelli per sbirciare
la cena, ma aveva involontariamente urtato il tegame a fianco.
« Brutto pezzo di idiota! » sbottarono al contempo
Sanji e Nami, rivolgendogli le loro più feroci e aguzze
espressioni.
E quello fu l’attimo.
Quando la boccetta ricadde senza suono sul materasso, la ragazza
aveva già superato la renna e il nasuto, puntando senza esitazione
alla porta. Non aveva però fatto i conti con Zoro che, a differenza
degli altri, riuscì sì a reagire in tempo, impedendole di
scappare, ma dovette farle anche abbastanza male, dato il placcaggio.
« Calmati! » le urlò quando quella prese
a divincolarsi come una pazza nella sua stretta, tanto che dovette aumentare
la presa.
Un brivido scosse la donna. Il sangue le parve improvvisamente
stagnarsi nelle vene e il terrore la gelò. Con una scarica di ricordi
e sensazioni a mozzarle il fiato, mossa dall’irrazionalità,
fece l’unica cosa che le riuscì logica: lo morse.
L’imprecazione di dolore del malcapitato si levò
alta, come le sue braccia, che respinsero malamente la fuggiasca indietro;
il sangue zampillò dalla ferita, imbrattando la mano e il collo della
maglietta bianca dello spadaccino. Ma le sorprese, o meglio, le sciagure
sembravano non aver fine, perché, con uno stupore che gli fece quasi
dimenticare quello che era appena successo, lo spadaccino notò in
mano alla donna qualcosa che lo fece seriamente arrabbiare: era riuscita
a sfilargli dal fianco una delle sue spade, la Yubashiri.
« Restituiscimela subito » le intimò, marciando
verso di lei che, senza indugiare, si voltò, stringendo l’arma
al petto e raggiungendo di corsa il parapetto della nave. Zoro le fu dietro
e la donna, mordendosi il labbro per le fitte alla caviglia, si tuffò
in mare, senza curarsi di niente; aveva un solo obiettivo in mente, un’alleata
in più per raggiungerlo tra le mani.
Lo spadaccino, dimentico delle urla dei suoi compagni e della
ferita al collo, la seguì in acqua, determinato a riprendersi la
spada.
Quello che vide, però, lo lasciò di sasso: niente.
Imprecando, si immerse, spaziando con lo sguardo le profondità blu,
ma anch’esse non celavano nulla, nessuna traccia.
Era sparita.
To be continued?
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